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polizia religiosa il Basij


è un fenomeno strano che la LEGA ARABA shariah sia strapiena di malati mentali e maniaci sessuali come Erdogan! Un arresto per uccisione diplomatica Gb. Si indaga per crimine comune, non politico.





lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
Blu Skay eih
https://www.youtube.com/channel/UC99HZj4UH0sIlU8uedLuZPg tu riesci a leggere i miei commenti oppure in youtube mi hanno trasformato in una persona invisibile? il fatto che MAURO Biglino dice di essere ignorante in teologia, questa affermazione gli costerà cara, perché lui ridicolizza ogni teologia! e per quale motivo gli angeli si sono ribellati a Dio? perché, Dio JHWH ha deciso di dare agli uomini la natura divina, ma non agli angeli! quindi i demoni incarnati (aliens abduction SpA Corporation FMI BM NWO ) attraverso una operazione OGM hanno creato Adamo ed Eva per umiliare e sfidare Dio? .. è una ipotesi più che possibile.. no anzi, è la sola ipotesi possibile! Quindi Dio ha accettato la sfida e si è incarnato nella Immacolata Concezione per vincere questa sfida e liberare tutto il genere umano! Non sono forse stati umiliati e sconfitti tutti gli Eloim di Biglino il satanista anche da Unius REI?
https://youtu.be/JFuSWgQ1O2w






lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
1-50 di 1886 ] Israele e la truffa del Messia [ Bin Salman ] a Mecca 666 Kaaba? una sola macelleria! .. se ti uccido? niente di personale!
http://uniusreiorwarw666imf.blogspot.com/2017/12/israele-e-la-truffa-del-messia.html






lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
Bin Salman ] che ti devo dire [ quei gaglioffi dei Farisei amano così tanto il loro Messiah che sono andati a prenderlo con la banda!





lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
Bin Salman ] il problema di Israele è che mi vuole solo per se... il mio problema è che io disintegro i massoni come lui: all'INFERNO!





lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
INDIA, bisogna condannare INDIA a embargo totale! La Chiesa indiana condanna l’attacco a seminaristi e sacerdoti in Madhya Pradesh A Satna i cattolici sono stati tenuti in ostaggio dai fondamentalisti indù. Mons. Mascarenhas: “L’accusa di conversione forzata contro di loro è vuota e ridicola”. “È tempo di andare oltre le parole e le promesse”. “Terroristi indù si travestono da polizia religiosa”. New Delhi (AsiaNews) – La Chiesa cattolica dell’India condanna l’aggressione subita da 30 seminaristi e due sacerdoti in Madhya Pradesh, fermati da fondamentalisti indù e tenuti in ostaggio nella stazione di polizia di Satna per diverse ore. In una nota diffusa da mons. Theodore Mascarenhas, segretario generale della Conferenza episcopale indiana (Cbci), i vescovi esprimono “sgomento, dolore e sofferenza per la violenza ingiustificata perpetrata contro i cattolici” e denunciano che negli ultimi mesi nello Stato indiano “si sono verificati altri episodi di molestia contro la Chiesa cattolica”. Mons. Mascarenhas lamenta che sacerdoti e seminaristi del St. Ephrem’s Theological College sono stati bloccati da un gruppo di estremisti indù mentre “erano impegnati in un programma abituale di canti di Natale, che si svolge da 30 anni”. “Ciò che è ancora più scioccante – continua – è che sono stati messi in custodia anche otto sacerdoti che si erano recati alla stazione per avere notizie degli arrestati. Al di fuori della stazione, la situazione era diventata così ostile che persino coloro che volevano solo far visita ai detenuti non hanno avuto il permesso di vederli”. Secondo il segretario della Cbci, “l’accusa di conversione [forzata] rivolta a sacerdoti e seminaristi è vuota e ridicola. È vergognosa la violenza perpetrata da gruppi che reclamano di essere ‘nazionalisti’ e si mettono addosso il mantello di protettori del ‘nazionalismo’ e della ‘religione’. È disgustosa e orribile la complicità della polizia che ha arrestato i seminaristi ed è rimasta inerme mentre essi e i sacerdoti venivano aggrediti. Tale abuso della forza poliziesca e infrangimento dell’ordine pubblico non è tollerabile in una democrazia e in una società civilizzata”. “La Conferenza episcopale indiana condanna il comportamento di questi scagnozzi che hanno anche incendiato una macchina dei sacerdoti. Tutti gli indiani perbene proveranno vergogna per questi terroristi che si travestono da ‘polizia religiosa’. Siamo certi che essi non parlano a nome dei nostri fratelli indù aperti di mente e amanti della pace”. http://www.asianews.it/notizie-it/La-Chiesa-indiana-condanna-l%E2%80%99attacco-a-seminaristi-e-sacerdoti-in-Madhya-Pradesh-42600.html Mons. Mascarenhas sottolinea la gravità di quanto accaduto, a pochi giorni da quanto affermato dal vice-presidente indiano durante lo scambio degli auguri di Natale con i vescovi, che aveva lodato il contributo dei cattolici per lo sviluppo della nazione. Il segretario ricorda altri episodi di intolleranza verso le minoranze religiose, come i linciaggi dei musulmani puniti per il consumo e il commercio di carne di vacca. “Le azioni dei vigilanti delle vacche non fanno onore alla nostra democratica nazione che ha una lunga tradizione di civiltà e coesistenza armoniosa”. “È tempo di andare oltre le parole e le promesse. La violenza è pericolosa”, continua la nota. “Facciamo appello a tutta la leadership politica, al centro come negli Stati, affinchè ripristini l’ordine pubblico e agisca in modo severo contro i criminali che infamano il lavoro dei leader che vogliono portare la pace e lo sviluppo tra la nostra gente. Questi elementi, finora rimasti ai margini, non possono guadagnare il centro della scena. La comunità cristiana è riconosciuta dai capi politici e sociali ad ogni livello come ‘una comunità che ama la pace’ e che lavora con ogni governo centrale e statale impegnandosi a costruire la nazione. Continueremo a farlo. Ma è giunto il momento per i nostri leader di andare oltre le promesse e assicurare che ogni cittadino indiano possa vivere senza paura, con rispetto e dignità”.





lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
bisogna condannare INDIA a embargo totale! 15/12/2017 08:45:00 INDIA Madhya Pradesh, pericolosi canti di Natale: 30 seminaristi e due sacerdoti tenuti in ostaggio I cristiani fermati ieri a Satna. La loro auto è stata bruciata. Come ogni anno, volevano raggiungere un villaggio sperduto per eseguire dei canti natalizi. 15/06/2017 08:52:00 INDIA Cristiani del Madhya Pradesh: giustizia per la suora arrestata con false accuse di conversioni forzate Suor Bina Joseph è “traumatizzata”. La religiosa rinchiusa per 12 ore insieme a quattro ragazze tribali. L’arcidiocesi di Bhopal presenta un esposto al capo delle ferrovie statali. Le donne si trovano nel Centro pastorale. Vice provinciale delle carmelitane: “Continueremo a servire i poveri”. 09/10/2017 12:03:00 INDIA Vescovi cattolici condannano il rogo di divinità indù nel Mizoram: è fondamentalismo Giovani cristiani protestanti hanno appiccato il fuoco contro immagini delle divinità e la bandiera indiana. Mons. Mascarenhas: “Siamo scioccati per il fatto che qualcuno possa mostrare mancanza di rispetto nei confronti di un’altra religione in nome di Cristo”. “La religione è un mezzo per costruire ponti”. 14/06/2017 10:15:00 INDIA Madhya Pradesh, una suora arrestata (e rilasciata) per ‘conversioni forzate’ Suor Bina Joseph e quattro ragazze rimaste in custodia della polizia ferroviaria per 12 ore. Rilasciate dopo l’interrogatorio. La denuncia da parte dei giovani fondamentalisti indù del Bajrang Dal e Matrushakti. Vescovo di Bhopal: “L’atteggiamento degli agenti è da condannare”. 26/04/2017 12:02:00 INDIA Madhya Pradesh: dopo otto anni, vescovo assolto dall’accusa di conversione forzata Mons. Mathew Vaniakizhakkel è il vescovo emerito di Satna. Insieme a cinque cattolici, nel 2009 egli è stato denunciato per conversione, cospirazione e disturbo della pace tra le religioni. L’accusatore poi si è pentito e ha chiesto perdono. Leader cristiano: “La legge anticonversione è uno strumento per molestare i cristiani”.






lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
ciao Biglino! .. non sono un carismatico.. io sono soltanto un metafisico..





lorenzojhwh Unius KING the LEVIATHAN
Gaza rocket smashes into Israeli town near border, damaging home... PERCHè nessuno si insospettisce del MALIGNO pacifismo degli israeliani.. tutti i detrattori degli israeliani, avrebbero tutti avuto, delle reazioni assai più letali! Erdogan per quello che ha fatto in Siria e che fa ai Curdi? lui non dovrebbe neanche fiatare! .. e questo lo sanno tutti Mohammed ha faccia da culo! No injuries reported as two missiles fired at southern Israel, latest in upswing of attacks amid rise in tensions with Palestinian enclave



Il cristianesimo a #Gaza risale al IV secolo e ospita alcune delle più antiche chiese del mondo. Hilarion, una figura di spicco del cristianesimo primitivo, fu il fondatore di #Gaza della vita monastica in Palestina. Dopo la seconda guerra mondiale e la creazione dello stato israeliano, tuttavia, un gran numero di cristiani lasciò la regione.
Situazione attuale della comunità cristiana di #Gaza

Oggi i cristiani a #Gaza sono schiacciati su due fronti. Prima di tutto, #Gaza è soggetta a un blocco israeliano che paralizza l'economia e rende praticamente impossibile la libertà di mobilità. Questo blocco isola la piccola comunità cristiana e impedisce loro di cercare solidarietà con la Chiesa più grande o di recarsi in luoghi santi. Di recente #Gaza ha subito tre campagne militari che hanno debilitato la sua infrastruttura già danneggiata e praticamente distrutto la sua capacità di produrre beni per il mercato interno. Un rapporto dell'UNCTAD suggerisce che #Gaza potrebbe diventare inabitabile entro il 2020 se le attuali tendenze economiche persistono.

Dall'altra parte, i cristiani sono schiacciati dalle politiche di Hamas - la propaggine palestinese dei Fratelli musulmani - che è salito al potere nel 2007. Il regno di Hamas ha iniziato un processo insidioso di islamizzazione dall'alto e soprattutto dal basso, che è stato approfondito dopo il Le rivolte arabe del 2011 e l'ascesa della Fratellanza Musulmana nel vicino #Egitto. I cristiani a #Gaza oggi sono presi di mira sulla base della loro fede religiosa in modi ancora più acuti e sistematici dei cristiani in Cisgiordania e in Israele. Le donne sono costrette a coprirsi i capelli e ad adottare forme islamiche di abbigliamento e sono soggette a molestie. In generale, i cristiani sono fatti sentire come cittadini di seconda classe, nonostante il loro patriottismo palestinese e l'affinità storica con la terra.
Risposte alla persecuzione

A #Gaza, come in altre parti della Terra Santa, le risposte ecclesiastiche e laiche al blocco israeliano e all'islamizzazione della società divergono. Da un lato, i leader delle antiche chiese ritengono che l'unica risposta che assicurerebbe la loro sopravvivenza e la protezione del loro patrimonio storico, sia architettonico che culturale, rimarrà. D'altro canto, molti cristiani che si battono ogni giorno considerano l'emigrazione l'unica opzione per preservare la coesione e la sopravvivenza della famiglia.

Un modo in cui i leader cristiani hanno cercato di assicurare la sopravvivenza di una presenza cristiana a #Gaza è attraverso strategie di associazione. Ad esempio, quando i leader musulmani iniziarono a denigrare apertamente i cristiani come infedeli, i leader cristiani cercarono il dialogo sia con gli imam delle moschee che con i leader dell'establishment islamico. In alcuni casi, i leader religiosi musulmani hanno desistito dalla retorica anticristiana, ma non sono state prese misure per fermare il risveglio dei cristiani, ad esempio, i bambini per strada. Le chiese cristiane hanno anche cercato di giocare un ruolo patriottico, sottolineando la loro solidarietà con altre forze palestinesi che resistono all'occupazione israeliana. Durante la guerra di #Gaza del 2014, ad esempio, la Chiesa greco-ortodossa di San Porfirio divenne un rifugio per persone di ogni estrazione in fuga dai gusci israeliani. Le chiese osservano relazioni cortesi e rispettose con le autorità, assicurando che in ogni festività religiosa, i leader cristiani paghino le loro controparti musulmane per augurarle un buon auspicio. Tuttavia, in sostanza, le chiese di #Gaza hanno fonti di potere molto modeste con cui negoziare e poca leva nel coinvolgere le autorità. Pertanto si trovano in una posizione debole per ritenere le autorità responsabili di eventuali violazioni.

Anche la Chiesa greco-ortodossa e la Chiesa cattolica hanno svolto un ruolo centrale nel fornire istruzione per ragazze e ragazzi a #Gaza attraverso le loro scuole gestite da cristiani. Queste scuole, sebbene non del tutto immuni dai tentativi di islamizzazione, sono state particolarmente importanti per creare un'enclave sicura per i cristiani

 in my name UNIUS REI, amen alleluia
 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
in my name UNIUS REI, amen alleluia
 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
http://ucs.nd.edu/learn/palestine/ #Gaza
Scholarly Analysis: Christian Responses to #Persecution in #Gaza
##Egypt, #Libya, Israel-Palestine, #Iraq, #Syria, #Iran, ##SAUDI #Arabia, #Turkey, #TURKISH-OCCUPIED #CYPRUS
Panel: Findings from the Middle East & North Africa
Moderator: Christian Sahner, #University of Cambridge
Speakers: Joshua Landis, #University of Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #University of Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
Christian Demographics

According to a survey of the Christian community in the #Gaza Strip undertaken by the YMCA in March 2014, there were only 1,313 Christian individuals remaining in #Gaza, less than 0.09 percent of the 1.5 million #Gazan population (down from 1 percent in 1945). Eighty-nine percent of the Christian population in #Gaza are Greek Orthodox, while 9.3 percent are Latin Catholic, and 1.52 percent belong to Baptist and other Protestant denominations. The declining numbers are due to an extremely high level of emigration as well as lower birth rates.
History of the #Gazan Christian Community

Christianity in #Gaza dates to the fourth century and is home to some of the oldest churches in the world. Hilarion, a leading figure of early Christianity, was the #Gazan founder of monastic life in Palestine. After World War II and the establishment of the Israeli state, however, a large number of Christians left the region.
Current Situation of the #Gazan Christian Community

Today, Christians in #Gaza are squeezed on two fronts. First of all, #Gaza is subject to an Israeli blockade that cripples the economy and makes freedom of mobility virtually impossible. This blockade isolates the small Christian community and prevents them from seeking solidarity with the larger Church or traveling to holy sites. #Gaza has also recently endured three military campaigns that have debilitated its already damaged infrastructure and virtually destroyed its ability to produce goods for the domestic market. A UNCTAD report suggests that #Gaza could become uninhabitable by 2020 if current economic trends persist.

On the other side, Christians are squeezed by the policies of Hamas—the Palestinian offshoot of the Muslim Brotherhood—which came to power in 2007. The reign of Hamas began an insidious Islamization process from above and especially from below, which was deepened after the Arab Uprisings of 2011 and the rise of the Muslim Brotherhood in neighboring ##Egypt. Christians in #Gaza today are targeted on the basis of their religious faith in ways even more acute and systematic than Christians in the West Bank and Israel. Women are pressured to cover their hair and adopt Islamic forms of attire and are subject to harassment. In general, Christians are made to feel like second-class citizens, despite their Palestinian patriotism and historical affinity to the land.
Responses to #Persecution

In #Gaza, as in other parts of the Holy Land, the ecclesiastical and lay responses to the Israeli blockade and to the Islamization of society diverge. On the one hand, the leaders of the ancient churches believe that the only response that would ensure their survival and the protection of their historic heritage, both architectural and cultural, is to remain. But on the other hand, many everyday struggling Christians consider emigration the only option for the preservation of family cohesion and survival.

One way Christian leaders have sought to ensure the survival of a Christian presence in #Gaza is through strategies of association. For example, when Muslim leaders began to openly vilify Christians as infidels, Christian leaders sought dialogue with both the imams of the mosques and the leaders from the Islamic establishment. In some instances, Muslim religious leaders desisted from anti-Christian rhetoric, but no measures were taken to stop the slurring of Christians by, for example, children on the street. Christian churches have also sought to play a patriotic role, emphasizing their solidarity with other Palestinian forces resisting Israeli occupation. During the #Gaza war of 2014, for example, the Greek Orthodox Church of Saint Porphyrius became a refuge for people of all backgrounds fleeing Israeli shells. Churches observe courteous and respectful relations with the authorities, ensuring that on every religious festivity, Christian leaders pay their Muslim counterparts a visit to wish them well. However, in essence, the churches in #Gaza have very modest sources of power to with which to bargain and little leverage in engaging with the authorities. They are therefore in a weak position to hold the authorities accountable for any infringements.

The Greek Orthodox Church and the Catholic Church have also played central roles in providing education for girls and boys in #Gaza through their Christian-run schools. These schools, though not entirely immune from attempts at Islamization, have been particularly important for creating a safe enclave for Christians to be educated without intense Islamic indoctrination. One way the Greek Orthodox Church in particular has adapted to the Israeli blockade is by appointing Greek priests to parishes in #Gaza and encouraging them to learn Arabic upon arrival. They reason that foreign-born priests are less likely to face mobility restrictions than Arab priests, although of course the cultural differences can present other problems.

Additionally, churches have sought to support their followers by establishing housing projects on land that has been endowed to them, often through tenancy. They have been unsuccessful, however, in helping the Christian community secure employment. In fact, many #Gazan Christians criticize Christian organizations (in particular charitable and developmental ones) for privileging Muslim applicants, a policy they believe to be driven by a desire to appease the Islamic authorities and avoid bureaucratic hurdles. Many fear that faced with the absence of jobs, these young men’s only recourse would be to emigrate.

Lay Christians adapt to the Islamization of society in disparate ways. Some Christian men grow their beards so as not to stick out (in other words coping by assimilating). Many women, on the other hand, choose resistance and refuse to don any form of head cover even if it means being exposed to harassment on the streets or restricting their freedom of mobility. Despite these strategies, however, emigration remains the primary strategy of survival, though not all who wish to emigrate are able to do so. Many leaders fear that if trends are not reversed, the indigenous Christian population in #Gaza could become extinct.
The tiny Christian community in #Gaza is squeezed on two fronts: first, by an Israeli blockade that cripples the economy and makes freedom of mobility virtually impossible; and second, by the policies of Hamas—the Palestinian offshoot of the Muslim Brotherhood—which came to power in 2007. The reign of Hamas began an extreme Islamization process from above and especially from below, which was deepened after the Arab Uprisings of 2011 and the rise of the Muslim Brotherhood in neighboring ##Egypt. Christians in #Gaza today are targeted on the basis of their religious faith in ways even more acute and systematic than Christians in the West Bank and Israel.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

 in my name UNIUS REI, amen alleluia
 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
in my name UNIUS REI, amen alleluia
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#Pakistan http://ucs.nd.edu/learn/#Pakistan/ Analisi accademica: risposta cristiana alla persecuzione in #Pakistan

#Pakistan, #India, #Sri #Lanka, #Vietnam, #Laos, #Indonesia

Panel: risultati dall'Asia meridionale, con il dott. Paul Bhatti, consigliere del Primo ministro del #Pakistan per gli affari delle minoranze
Moderatore: Chad Bauman, Butler #University
Relatori: Robert Hefner, #Università di Boston
James Ponniah, #Università di Madras
Reginald Reimer, esperto di cristianesimo in #Vietnam e #Laos
Sara Singha, Georgetown #University
#Demografia cristiana

L'attuale popolazione del #Pakistan è poco più di 188 milioni di persone. Ha una popolazione a maggioranza musulmana, con i cristiani che comprendono circa il 2% della popolazione. La maggior parte dei cristiani in #Pakistan è protestante (circa 2,3 milioni), mentre i cattolici costituiscono il secondo gruppo di cristiani (poco più di 1 milione).
Storia della comunità cristiana #Pakistana

La tradizione storica attribuisce il cristianesimo in #Pakistan al primo secolo dC, per mezzo dell'apostolo Tommaso. A un certo punto, le chiese del subcontinente #Indiano potrebbero persino essere passate sotto il controllo della Chiesa orientale (Persia), ma declinate nel sedicesimo secolo. Fu solo con l'arrivo degli inglesi nel Punjab nel diciannovesimo secolo che il cristianesimo ebbe una rinascita. La maggior parte dei nuovi convertiti proveniva da uno sfondo indù di bassa casta che sperava di sfuggire alla discriminazione basata sulle caste. Altri erano convertiti dall'islam o dal buddismo. Quando il #Pakistan e l'#India ottennero l'indipendenza nel 1947, molti cristiani lasciarono il Punjab per far posto ai rifugiati musulmani dall'#India mentre altri prendevano una decisione consapevole di unirsi al #Pakistan. Sebbene l'istituzione del #Pakistan sia in gran parte pensata come uno stato musulmano, il suo fondatore, Mohammad Ali Jinnah, proclamò nel 1947 che i suoi concittadini, "possono appartenere a qualsiasi religione o casta o credo - che non ha nulla a che fare con l'attività dello stato "Tuttavia, il #Pakistan ha adottato la sua prima costituzione nel 1956 identificandola come una repubblica islamica, e le sue leggi e la politica hanno riflesso questa identità da allora.
Situazione attuale della comunità cristiana

La costituzione del #Pakistan, così come altre leggi, pongono restrizioni alla libertà religiosa. Ci sono leggi contro la blasfemia, che sottopongono gli individui a condanne a morte per "profanare il Profeta Muhammad", all'ergastolo per "profanare, danneggiare o profanare il Corano", nonché a pene detentive per "oltraggio ai sentimenti religiosi di altri". Leggi sulla blasfemia colpiscono in modo sproporzionato minoranze come Ahmadis, Shias e cristiani. Secondo la BBC, "A partire dagli anni '90, decine di cristiani sono stati condannati per aver profanato il Corano o bestemmiando contro il profeta Maometto, anche se gli esperti dicono che la maggior parte delle accuse sono alimentate da dispute personali." Molti casi di blasfemia contro i cristiani sono spesso motivati ​​da dispute personali che sono esacerbati dalle differenze tribali ed etniche. Almeno due casi importanti hanno portato i cristiani a commutare le loro sentenze perché mancano prove concrete. Tuttavia, in alcuni casi, i funzionari governativi che hanno parlato contro le leggi sulla blasfemia sono stati assassinati. Mentre non è richiesto di partecipare agli studi islamici, nella pratica, molti studenti cristiani che frequentano le scuole pubbliche non hanno alternative. Diverse chiese e scuole cristiane sono state date alle fiamme o attaccate. Molti cristiani sono poveri e spinti ai margini della società in #Pakistan. La violenza contro i cristiani è ampiamente ignorata dal governo.
Un riassunto delle risposte cristiane alla persecuzione in #Pakistan
I cristiani in #Pakistan non sono passivi destinatari di discriminazione, ma rispondono in molteplici modi alle sfide che incontrano. Mentre le strategie che utilizzano variano, in generale la comunità è socialmente, teologicamente e politicamente assertiva.
Sebbene i cristiani in #Pakistan abbiano pochissimo potere politico, utilizzano attivamente i media cristiani per aumentare la visibilità nella nazione. Il #Pakistan Christian Post, ad esempio, fondato nel 2001, ha una grande presenza online ed è un giocatore dominante nella contestazione dello spazio politico in #Pakistan. I temi comuni sono pratiche educative discriminatorie come libri di testo di parte e il ruolo spesso ignorato dei cristiani nella partizione. Poiché lo stato non memorizza le figure cristiane, la comunità adempie a questa responsabilità attraverso i media. Anche gli articoli sui leader cristiani hanno un impatto politico. Sforzi sostenuti per evidenziare i contributi cristiani in #Pakistan accrescono la consapevolezza tra i musulmani di leader cristiani, sia storici che contemporanei.
I media hanno anche un ruolo nell'impegno e nell'impegno cristiano con la diaspora in Canada, Inghilterra e Stati Uniti. Questo costruisce forti reti internazionali che aumentano la consapevolezza della persecuzione cristiana e incoraggia il sostegno finanziario per le istituzioni cristiane in #Pakistan. Sfidare il governo e criticare le leggi / pratiche islamiche sono attività pericolose in #Pakistan,
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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#Pakistan http://ucs.nd.edu/learn/#Pakistan/ Scholarly Analysis: Christian Response to #Persecution in #Pakistan

#Pakistan, #India, #Sri #Lanka, #Vietnam, #Laos, #Indonesia

Panel: Findings from South Asia, with Dr. Paul Bhatti, Advisor to the Prime Minister of #Pakistan for Minority Affairs
Moderator: Chad Bauman, Butler #University
Speakers: Robert Hefner, Boston #University
James Ponniah, #University of Madras
Reginald Reimer, Expert on Christianity in #Vietnam & #Laos
Sara Singha, Georgetown #University
Christian Demographics

The current population of #Pakistan is just over 188 million people. It has a majority Muslim population, with Christians comprising approximately 2 percent of the population. Most of the Christians in #Pakistan are Protestant (numbering approximately 2.3 million) while Catholics comprise the second largest group of Christians (at just over 1 million).
History of the #Pakistani Christian Community

Historical tradition attributes Christianity in #Pakistan to the first century AD, by way of the apostle Thomas. At one point, churches on the #Indian subcontinent may even have come under the control of the Eastern Church (Persia), but declined by the sixteenth century. It was not until the arrival of the British in the Punjab in the nineteenth century that Christianity experienced a resurgence. The majority of new converts were from a low-caste Hindu background hoping to escape caste-based discrimination. Others were converts from Islam or Buddhism. When #Pakistan and #India gained independence in 1947, many Christians left the Punjab to make way for Muslim refugees from #India while others made a conscious decision to join #Pakistan. Though the establishment of #Pakistan is largely thought of as a Muslim state, its founder, Mohammad Ali Jinnah proclaimed in 1947 that his fellow citizens, “may belong to any religion or caste or creed— that has nothing to do with the business of the state.” However, #Pakistan adopted its first constitution in 1956 identifying it as an Islamic republic, and its laws and politics have reflected this identity ever since.
Current Situation of the Christian Community

The constitution of #Pakistan, as well as other laws, place restrictions on religious freedom. There are laws against blasphemy, which subject individuals to death sentences for “defiling Prophet Muhammad,” to life imprisonment for “defiling, damaging, or desecrating the Quran,” as well as to prison sentences for “insulting another’s religious feelings.” Blasphemy laws disproportionately affect minorities such as Ahmadis, Shias and Christians. According to the BBC, “Since the 1990s, scores of Christians have been convicted for desecrating the Koran or blaspheming against Prophet Muhammad, although experts say most accusations are fuelled by personal disputes.” Many blasphemy cases against Christians are often motivated by personal disputes that are exacerbated by tribal and ethnic differences. At least two prominent cases have resulted in Christians having their sentences commuted because a lack of concrete evidence. However, in some instances, government officials who have spoken against the blasphemy laws have been murdered. While not required to participate in Islamic #Studies, in practice, many Christian students attending public schools have no alternative. Several churches and Christian schools have been set on fire or attacked. Many Christians are poor and pushed to the margins of society in #Pakistan. Violence against Christians is largely ignored by the government.
A Summary of Christian Responses to #Persecution in #Pakistan
Christians in #Pakistan are not passive recipients of discrimination but respond in multiple ways to the challenges they encounter. While the strategies they utilize vary, in general the community is socially, theologically, and politically assertive.
Although Christians in #Pakistan have very little political power, they actively utilize Christian media to increase visibility in the nation. The #Pakistan Christian Post, for example, established in 2001, has a large online presence and is a dominant player in contesting political space in #Pakistan. Common themes are discriminatory educational practices such as biased textbooks as well as the oft ignored role of Christians in Partition. Because the state does not memorialize Christian figures, the community fulfills this responsibility through media. Articles about Christian leaders also have political impact. Sustained efforts to highlight Christian contributions to #Pakistan raise awareness among Muslims of Christian leaders, both historical and contemporary.
Media also plays a role in Christian outreach and engagement with the diaspora in Canada, England, and the United States. This builds strong international networks that raise awareness of Christian #Persecution and encourages financial support for Christian institutions in #Pakistan. Challenging the government and criticizing Islamic laws/practices are dangerous activities in #Pakistan, and often lead to assaults and threats that spread fear among Christian activists. In this context, international support is immensely useful because the diaspora can make demands of the #Pakistani government without fear of reprisal. International networks also enable Christians to acquire support for local challenges, including legal services for persecuted Christians.
Christians have also responded to #Persecution by initiating dialogue with Muslim friends, neighbors, and colleagues—at both academic and grass-roots levels. A pertinent example of academic dialogue is the Christian Study Centre in Rawalpindi. The center was established in 1967 as an interfaith institution rooted in the ecumenical tradition and assists churches in negotiating their role in a Muslim state and in enhancing Muslim-Christian relations. The mission of the center encourages Muslim-Christian dialogue, fosters mutual understanding, and promotes cooperation in citizenship and nation-building. Other smaller organizations engage dialogue at a grass roots level. The National Peace Council for Interfaith Harmony of #Pakistan, for example, formed through an alliance of Protestant and Catholic churches, serves to promote peace and understanding in slums where #Persecution is most pronounced.
Christians also work through the political system to achieve their goals. The Christian political voice in #Pakistan is small but powerful and equally potent in both middle and lower-class communities. There are several political organizations that work to redress various issues such as kidnappings, forced conversions, and false accusations under the Blasphemy Law. The largest such organization is the #Pakistan Christian Congress, which works to safeguard the social, religious and political rights of Christians. The party is active in promoting democracy, increasing voter participation, and highlighting institutional discrimination.
There are also many Christian institutions that serve the underprivileged in #Pakistan, including working for social justice and serving other religious minorities. Though it is not their primary purpose, these organizations function to raise Christian visibility and political capital. For example, it is the National Commission for Justice and Peace, a Catholic organization, that most frequently raises awareness of Hindu discrimination and caste violence in the media. Such services build trust between minority communities so they can mobilize support to face common challenges together.
In addition to forming political organizations and parties, Christians are also assertive in public protest. At different times, current events have ignited Christians to seek political redress for social grievances. For example, when Christian schools were nationalized in 1977, Christians protested en masse to protect church property and autonomy. Christians have also protested against a government proposal to include religion on national identity cards, and they organize regular protests to underscore the abuses of the Blasphemy Law. The most infamous protest against the Blasphemy Law was the public suicide of Catholic bishop John Joseph, who shot himself on May 6, 1998.
Assertive architecture is a relatively new form of protest emerging in urban areas in #Pakistan. In 2013, Pervez Henry Gill, an entrepreneur, started a project to build the largest cross in Karachi in a bustling neighborhood near a Christian cemetery. The cross stands over 140 feet tall and the cross bar is 42 feet in length. Gill wants the cross to function as a symbol of hope for the shrinking Christian community. A second form of architectural protest is prevalent in urban slums where charismatic and evangelical churches are growing quickly and where it is the norm for churches not to use overtly Christian symbols or language, to prevent the cross from competing with the minaret. But new churches are constructing crosses that are large, brightly colored, and purposely raised higher than the local minaret. This is a bold form of political assertiveness especially from this segment of society that has neither power nor money.

The constitution of #Pakistan, as well as other laws, place restrictions on religious freedom. There are laws against blasphemy, which subject individuals to death sentences for “defiling Prophet Muhammad,” to life imprisonment for “defiling, damaging, or desecrating the Quran,” as well as to prison sentences for “insulting another’s religious feelings.” Blasphemy laws disproportionately affect minorities such as Ahmadis, Shias and Christians. Many blasphemy cases against Christians are often motivated by personal disputes that are exacerbated by tribal and ethnic differences.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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#Nigeria http://ucs.nd.edu/learn/#Nigeria/ Scholarly Analysis: #Persecution and Peace in #Nigeria

John Cardinal Onaiyekan and other panelists
Christian Demographics

Roughly half of #Nigeria’s population is Christian, while 40 percent is Muslim and 10 percent adhere to traditional religions or beliefs. Although there is significant discrimination against Christians by Muslims, it is important to bear in mind that Christians are typically either Yoruba or Igbo who live in the oil-rich south and are therefore wealthier than the highly impoverished Hausa-Fulani in the north, who are vastly Muslim.
History of the #Nigerian Christian Community

Christianity was introduced to #Nigeria with colonialism in the nineteenth century; the Yoruba and Igbo were more deeply Christianized than the Hausa and Fulani in the north, because the southern peoples lacked the state structures and centralized power of the northerners, forcing colonial administrators to provide their own structures, which frequently relied on mission education. So too the nation’s valuable resources were mainly located in the south; hence the presence of Europeans and thus Christian missions predominantly in that region. By contrast, British administrators did not support mission work in northern #Nigeria during the colonial era and indeed attempted to squash it on multiple occasions, in order to keep the peace with the staunchly Muslim northern ethnic groups.
Current Situation of the Christian Community

As a result of the aforementioned religious demographics, religious violence in #Nigeria is typically a hybrid of ethno-political and economic concerns. Even the motivations of the militant Muslim terrorist group Boko Haram could be characterized as mainly mired in economic and ethno-political disputes (related in particular to Lord Lugard’s laissez-faire colonial policy during his governorship of the Northern #Nigeria Protectorate prior to #Nigeria’s unification into one sovereign country) rather than religion specifically. Nonetheless, #Nigeria’s Christian community has been specifically targeted by the group and faces other challenges in the country. Ineffectual governance has affected #Nigerian Christians and Muslims alike:.The US State Department noted in 2013 that “Christian groups continued to assert [that] local and state authorities did not deliver adequate protection or post-attack relief to rural communities in the northeast, where Boko Haram killed villagers and burned churches throughout the year. Some Christian groups reported discrimination and a systematic lack of protection by state governments, especially in central #Nigeria.” Most religious violence against Christians in recent years has been perpetrated by Boko Haram, who launched attacks on both moderate Muslims and Christians, the latter of whom were ordered to convert on pain of death. According to Human Rights Watch in 2012, the organization killed hundreds of Christians in the period 2009-2012 alone, including attacks on Christmas Eve and Christmas. Boko Haram mainly operates in northern #Nigeria; despite occasional allegations by Christian groups of favoritism towards Muslims, the state itself does not, in principle, appear to discriminate. Religious freedom is enshrined in the #Nigerian constitution, which specifically outlaws establishment of a state religion.
A Summary of Christian Responses to #Persecution in #Nigeria

Despite the common experience and a high degree of agreement on the need to come together, Christian communities in #Nigeria have not always agreed on how best to respond to the attacks waged by Boko Haram. Christian leaders debate whether taking up arms to fight Boko Haram is strategically wise and morally permissible, a disagreement that often falls along denominational lines. Although most mainline Protestant and Roman Catholic leaders believe that Christians have the right to defend themselves with force if necessary (the “just war” tradition), they are opposed to efforts to form a Christian militia that would be armed to engage Boko Haram in battle. Christian leaders influenced by a pacifist tradition, on the other hand, believe that taking up arms is not permissible for Christians under any circumstances.

Most #Nigerian Christian leaders interviewed for this project, however—both Catholic and Protestant, mainline and evangelical—believe that the #Persecution of Christians is not God’s will and that it is their responsibility as religious leaders to get the government to more effectively provide security and protect the religious freedom of Christians. Christian leaders have thus engaged with state and federal governments, but they express deep frustration that such efforts have not been as effective as they had hoped. Several leaders were dismayed that those in government, the police, and the military do not seem interested in their experience or in their opinion about the best way to respond to the insecurity in the northeast.

Christians leaders have also responded to the #Persecution by reaching out to inter-governmental bodies, such as the United Nations, although they have often found such efforts frustrating. It is commonly felt that, early on in the crisis, such organizations did not take the #Persecution of Christians seriously and considered accounts of such attacks to be exaggerated or else believed that what was going on in #Nigeria involved inter-communal conflict rather than religious #Persecution. This was perhaps exacerbated by a lack of unification in the #Nigerian Christian community.

When it comes to what Christian leaders actually want the government to do, many are divided. Some Christian leaders have favored more governmental action and the use of force to subdue Boko Haram, while others said that the government has relied too heavily on force. Some leaders claimed that the government’s use of force has been so indiscriminate that it has actually fed into Boko Haram’s narrative that the #Nigerian government, along with Christians, must be driven from the territory completely and that strictly enforced sharia is the answer to the region’s social, economic, and political problems.

Similarly, while many Christian leaders, both Protestants and Catholics, believe that inter-religious cooperation should be an essential part of any response, others are less convinced of the value of such a strategy. There are clearly theological differences between Christian denominations in terms of openness to inter-religious dialogue. Evangelical Christians, for example, tend to be more skeptical of inter-religious cooperation than Roman Catholics and mainline Protestants.

Because attacks waged by Boko Haram have been brutal and mostly unpredictable, lay Christians have largely responded by fleeing the areas under attack. Many Christians with family ties in other parts of the #Nigeria, particularly the southern part of the country, have sought refuge with family members. However, many Christians who are “indigenous” to the north and lack family ties in other parts of the country have found themselves as IDPs. They have sought refuge in homes and church compounds hosted by fellow Christians and in some cases hosted by Muslims. They have also sought protection in official and makeshift IDP camps.
However, this does not mean that all Christians have decided to flee the violent #Persecution in the northeast. Frustrated by the government’s ineffective response, some ordinary Christians, particularly young men, have decided to fight back against Boko Haram. The problem is, Boko Haram has been much better equipped than the militias that have attempted to fight them.
This country profile draws on research by Dr. Robert Dowd and on the report In Response to #Persecution by the Under Caesar's Sword project.

Most religious violence against Christians in recent years has been perpetrated by Boko Haram, who launched attacks on both moderate Muslims and Christians, the latter of whom were ordered to convert on pain of death. According to Human Rights Watch in 2012, the organization killed hundreds of Christians in the period 2009-2012 alone, including attacks on Christmas Eve and Christmas. Boko Haram mainly operates in northern #Nigeria; despite occasional allegations by Christian groups of favoritism towards Muslims, the state itself does not, in principle, appear to discriminate. Religious freedom is enshrined in the #Nigerian constitution, which specifically outlaws establishment of a state religion.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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#Libia http://ucs.nd.edu/learn/#Libya/ Analisi accademica: risposte cristiane alla persecuzione in #Libia

#Egitto, #Libia, #SIsraele-Palestina, #Gaza, #Iraq, Siria, #Iran, Arabia #SAUDIta, Turchia, Cipro occupata dai turchi

Panel: risultati dal Medio Oriente e dal Nord Africa
Moderatore: Christian Sahner, #Università di Cambridge
Relatori: Joshua Landis, #Università dell'Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #Università del Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
#Demografia cristiana

Un recente esodo di massa ha decimato la comunità cristiana in #Libia, ma la Chiesa ortodossa copta stima che, prima del crollo dello stato libico nel 2011, i copti ortodossi erano circa 300.000 e altre denominazioni, come cattolici e protestanti, erano circa 30.000. In altre parole, la popolazione cristiana era di circa 330.000, rappresentando poco più del 5%. La grande maggioranza dei cristiani in #Libia erano lavoratori migranti di altri paesi, in particolare l'#Egitto.
Storia della comunità cristiana libica

Muammar Gheddafi governò la #Libia come un dittatore per oltre quarant'anni, fino alla sua morte nel 2011. Sebbene tecnicamente il Cristianesimo fosse soggetto a regolamenti e restrizioni durante questo periodo, la maggior parte di queste leggi, come quelle che proibivano alle Bibbie e ad altri materiali religiosi di entrare in #Libia, non sono stati forzati In realtà, i cristiani riportano pochissime discriminazioni di ispirazione religiosa in materia di occupazione, alloggio o vita di tutti i giorni sotto il governo di Gheddafi. In occasioni di festività religiose come la Domenica delle Palme, i copti avrebbero persino processioni in strada senza alcuna obiezione espressa dalla comunità libica.
Situazione attuale della comunità cristiana libica

La situazione per i cristiani in #Libia è cambiata drasticamente dopo la caduta del regime di Gheddafi. Il paese cadde nel caos, e le armi e le ideologie islamiste fluirono attraverso i rilassati confini dall'#Egitto. Entro il 2013, gruppi militanti islamici come Ansar al Sharia, il Fronte Nusra e ISIS si erano saldamente radicati in #Libia e hanno cominciato a dare la caccia ai cristiani. Spesso venivano abilitati da informatori che consegnavano Copti in cambio di una taglia. Su una spiaggia in #Libia nel 2013, l'ISIS ha decapitato 21 cristiani copti. Sebbene molti cristiani inizialmente tentarono di rimanere in #Libia, migliaia alla fine fuggirono dal paese, principalmente nella loro patria d'#Egitto, sopportando viaggi strazianti e lasciandosi alle spalle case e affari. Coloro che non hanno lasciato il paese durante questo esodo di massa sono ora effettivamente intrappolati in #Libia dal momento che i viaggi sono diventati estremamente pericolosi.
Risposte alla persecuzione

Dopo la caduta di Gheddafi e l'ascesa delle milizie islamiste, i cristiani inizialmente hanno tentato di adattarsi alla nuova situazione senza lasciare la #Libia, ma alla fine la risposta schiacciante all'aumentata persecuzione è stata l'emigrazione.

All'inizio quando i gruppi e le ideologie islamiste crebbero al potere, i cristiani fecero ciò che potevano per adattarsi. Molti libici cercarono di aiutare i lavoratori copti avvisandoli quando le milizie di Al Nusra si stavano avvi#Cinando e in alcuni casi attivamente aiutarono a portarli di nascosto in zone sicure. Poiché i copti divennero sempre più vulnerabili ai rapimenti dalla loro residenza, a turno si sarebbero alzati fino a tardi come guardiani. Ben presto, tuttavia, tali misure difensive non furono sufficienti e molti iniziarono un viaggio fuggitivo, spostandosi da una residenza all'altra per evitare la cattura. Hanno smesso di usare mezzi di trasporto regolari, timorosi di essere rovesciati da cercatori di taglie o simpatizzanti con i movimenti islamisti, e quelli che in precedenza avevano mostrato segni della loro fede religiosa (come indossare le croci) hanno scelto di nasconderli per non rendere la loro identità cospicuo. I libri religiosi e le Bibbie erano nascosti.
Non passò molto tempo prima che molti copti vedessero la necessità di abbandonare queste strategie a favore dell'emigrazione. La fuga in #Egitto era pericolosa, in parte perché molti avevano tatuaggi religiosi o nomi esplicitamente cristiani che rendevano difficile nascondere la loro identità, ma si stima che non meno di 200.000 cristiani lasciarono la #Libia tra il 2011 e il 2015: il più grande esodo di massa nel moderno storia. Molti hanno descritto un viaggio straziante che coinvolge due giorni di guida nel deserto nel tentativo di evitare milizie islamiche, teppisti e altri. Una volta raggiunto il confine con l'#Egitto, sono stati sottoposti a pesanti interrogatori che in alcuni casi sono durati diverse ore prima di poter entrare nel paese. Persino al sicuro in #Egitto, hanno subito le conseguenze finanziarie di una rapida e segreta emigrazione. Molti sperano ancora di tornare in #Libia un giorno.

La situazione per i cristiani in #Libia è cambiata drasticamente dopo che il regime di Gheddafi è caduto nel 2011. Il paese è caduto nel caos, e le armi e le ideologie islamiste hanno attraversato i rilassati confini dall'#Egitto. Entro il 2013, gruppi militanti islamici come Ansar al Sharia, il Fronte Nusra e ISIS si erano saldamente radicati in #Libia e hanno cominciato a dare la caccia ai cristiani. Sebbene molti cristiani inizialmente tentarono di rimanere in #Libia, migliaia alla fine fuggirono dal paese, soprattutto

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#Libya http://ucs.nd.edu/learn/#Libya/ Scholarly Analysis: Christian Responses to #Persecution in #Libya

##Egypt, #Libya, Israel-Palestine, #Gaza, #Iraq, #Syria, #Iran, ##SAUDI #Arabia, #Turkey, #TURKISH-OCCUPIED #CYPRUS

Panel: Findings from the Middle East & North Africa
Moderator: Christian Sahner, #University of Cambridge
Speakers: Joshua Landis, #University of Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #University of Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
Christian Demographics

A recent mass exodus has decimated the Christian community in #Libya, but the Coptic Orthodox Church estimates that prior to the collapse of the #Libyan state in 2011, Coptic Orthodox numbered around 300,000 and other denominations, such as Catholics and Protestants, numbered about 30,000. In other words, the Christian population was approximately 330,000, representing a little over 5 percent. The great majority of Christians in #Libya were migrant workers from other countries, particularly ##Egypt.
History of the #Libyan Christian Community

Muammar Gaddafi ruled #Libya as a dictator for over forty years, until his death in 2011. Although technically Christianity was subject to regulations and restrictions during this time, most of these laws—such as those that prohibited Bibles and other religious materials from entering #Libya—were unenforced. In fact, Christians report very little religious-inspired discrimination in employment, housing, or everyday life under Gaddafi’s rule. On occasions of religious festivities such as Palm Sunday, Copts would even have processions on the streets without any expressed objection from the #Libyan community.
Current Situation of the #Libyan Christian Community

The situation for Christians in #Libya changed drastically after the Gaddafi regime fell. The country fell into chaos, and weapons and Islamist ideologies flowed across the relaxed borders from ##Egypt. By 2013, Islamist militia groups such as Ansar al Sharia, the Nusra Front, and ISIS had firmly embedded themselves in #Libya and begun to hunt down Christians. Often, they were enabled by informants who handed over Copts in return for a bounty. On a beach in #Libya in 2013, ISIS beheaded 21 Coptic Christians. Though many Christians initially attempted to stay in #Libya, thousands ultimately fled the country, mostly to their homeland of ##Egypt, enduring harrowing journeys and leaving behind homes and business. Those who did not leave the country during this mass exodus are now effectively trapped in #Libya as travel has become extremely dangerous.
Responses to #Persecution

After the fall of Gaddafi and the rise of Islamists militias, Christians initially attempted to adapt to the new situation without leaving #Libya, but ultimately the overwhelming response to the heightened #Persecution has been emigration.

At first when Islamist groups and ideologies grew in power, Christians did what they could to adapt. Many #Libyans sought to help Coptic workers by alerting them when Al Nusra militias were approaching and in some instances actively helped smuggle them to safe zones. As Copts became increasingly vulnerable to abductions from their residence, they would take turns staying up late as watch guards. Soon, however, such defensive measures were not enough, and many began a fugitive journey, moving from one residence to another to avoid capture. They stopped using regular transport, fearful of being turned over by bounty-seekers or sympathizers with the Islamist movements, and those who had earlier displayed signs of their religious faith (such as wearing crosses) chose to hide them so as not to make their identity conspicuous. Religious books and Bibles were hidden.
It was not long before many Copts saw the need to abandon these strategies in favor of emigration. The escape to ##Egypt was dangerous, in part because many had religious tattoos or explicitly Christian names that made it difficult to conceal their identity, but it is estimated that no less than 200,000 Christians left #Libya between 2011 and 2015—the biggest mass exodus in modern history. Many described a harrowing journey involving two days’ drive in the desert in a bid to avoid Islamist militias, thugs, and others. Once they reached the ##Egyptian border, they were subject to intense interrogations which in some cases lasted several hours before they were allowed to enter the country. Even safely in ##Egypt, they suffered the financial consequences of a speedy and secret emigration. Many still hope to return to #Libya someday.

The situation for Christians in #Libya changed drastically after the Gaddafi regime fell in 2011. The country fell into chaos, and weapons and Islamist ideologies flowed across the relaxed borders from ##Egypt. By 2013, Islamist militia groups such as Ansar al Sharia, the Nusra Front, and ISIS had firmly embedded themselves in #Libya and begun to hunt down Christians. Though many Christians initially attempted to stay in #Libya, thousands ultimately fled the country, mostly to their homeland of ##Egypt.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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#Laos http://ucs.nd.edu/learn/#Laos/
Scholarly Analysis: Christian Responses to #Persecution in #Laos

#India, #Sri #Lanka, #Vietnam, #Laos, #Pakistan, #Indonesia

Panel: Findings from South Asia, with Dr. Paul Bhatti, Advisor to the Prime Minister of #Pakistan for Minority Affairs
Moderator: Chad Bauman, Butler #University
Speakers: Robert Hefner, Boston #University
James Ponniah, #University of Madras
Reginald Reimer, Expert on Christianity in #Vietnam & #Laos
Sara Singha, Georgetown #University
Christian Demographics

Christians comprise less than 3 percent of #Laos’s population of seven million: Catholics claim some 65,000 believers, and estimates of evangelicals vary between 100,000 and 150,000. Most Christians belong to ethnic minorities such as Kammu, Hmong, Mien, and Bru, although ethnic Lao—about half the national population—are also among the believers, as are long-time residents of #Vietnamese and Chinese origin. All sections of these diverse Christian communities appear to be growing, though not as rapidly as in the 1990s. The most rapid expansion is clearly among ethnic minorities.
History of the Lao Christian Community

Catholicism in #Laos dates to French colonization in the nineteenth century, and the evangelical movement began not long after. In the 1950s, a noteworthy evangelical breakthrough occurred among the Lao Hmong in particular. After the Communist takeover in 1975, however, a powerful anti-religious sentiment began that still endures today. Many Christian leaders fled the country at this time, and the disorganized Lao Evangelical Church and most of its members stayed quiet and kept a very low profile. Because of this, Lao Christians faced less #Persecution than those in neighboring #Vietnam. However, when the Lao Evangelical Church rose again in the 1990s, the government responded by arresting leaders, closing churches, and requiring Christians to sign an oath renouncing their faith or face prosecution. A few Christians were murdered or disappeared during this decade.
Current Situation

While the major tenets of Marxist economics were discarded more than two decades ago, the anti-religion ones are still seen by communist rulers as a necessary plank for political and social control. This bias against religion is augmented by the legacy of the #Vietnam War, which affects #Laos’s attitude toward and treatment of evangelical Christians especially. Even four decades later, evangelicals in #Laos are portrayed as related to the ongoing goals of the unnamed “enemy”—a.k.a. the United States. All religious institutions are strictly regulated.

Since the year 2000, the situation has slowly improved for all religious communities in #Laos. However, there have been regular reports that some ethnic minority Christians have been forced from their homes and ordered to move to places where there are other Christians in order to retain Christian-free zones. Some have been detained and fined, and some places of worship have been closed for lacking official permission. The Bru minority is one group that has experienced particular #Persecution in recent years.
A Summary of Christian Responses to #Persecution in #Laos

The predominant response to the #Persecution of Christians in #Laos is one of survival and endurance, accepting #Persecution as a central dimension of the Christian life and persisting in worship and evangelization. At times, however, Christians in #Laos also employ strategies of association and confrontation.

In some cases, survival has meant leaving the country altogether. After the communist takeover, for instance, most Lao Christians either fled or dramatically reduced their visibility in order to avoid #Persecution. A large number escaped to Thailand, particularly the Hmong ethnic minority, which comprised the largest group of refugees from #Laos. In fact, all but one Hmong pastor left the country at this time. But fleeing, while it removed people from the immediate threat of #Persecution, presented other obvious difficulties, including lack of shelter, and food and job security.

Christians who remained in #Laos have developed strategies for maintaining existing communities. During waves of crackdown, as in the late 1990s when many house churches were raided and leaders interrogated, evangelicals found that by breaking into smaller groups, rotating locations, and changing meeting times they could often evade authorities. Some even found opportunities to respectfully explain their faith to their interrogators, although, in the face of #Persecution and fear, others recanted.

At times, Christians in #Laos have also responded to discrimination, #Persecution, and repression by pushing back against it. Though success has been modest, the most successful strategies involve building respectful relationships with government officials and nudging for small, incremental changes. For instance, the general secretary of the dominant Lao Evangelical Church (LEC), Rev. Khamphone Pounthapanya, spent years in a prison/re-education camp following the communist takeover, and while there he earned the trust of his jailers and was given many privileges. His earlier good relations with authorities have given him access to officials to negotiate and advocate on behalf of the LEC. Though he has made some suspicious by declining to use his influence to help church groups other than his own, overall, observers agree his contribution to government understanding and tolerance for the Christian movement has been substantial.

In recent decades, Lao Christians have also been aided by international advocates such as the Institute for Global Engagement (IGE), which has cultivated respectful relationships with top Lao diplomats, officials, and scholars in the interest of religious dialogue and has conducted provincial-level peace-building seminars for local government and religious leaders. Whether such advocacy has produced any real change in government policy or action, however, remains to be seen. Overall, Lao Christians do not trust the government to keep any promises they may make regarding religious freedom.
After the Communist takeover of #Laos in 1975, a powerful anti-religious sentiment began that still endures today. This bias against religion is augmented by the legacy of the #Vietnam War, which affects #Laos’s attitude toward and treatment of evangelical Christians especially. Even four decades later, evangelicals in #Laos are portrayed as related to the ongoing goals of the unnamed “enemy”—a.k.a. the United States. All religious institutions are strictly regulated. Since the year 2000, the situation has slowly improved for all religious communities in #Laos, but there have been regular reports that some ethnic minority Christians have been forced from their homes, detained, or fined, and some places of worship have been closed for lacking official permission.
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Analisi accademica del #Kirghizistan: risposta cristiana alla persecuzione in #Kirghizistan

#Uzbekistan, #Kazakistan, #Kirghizistan, #Tagikistan e #Turkmenistan

Panel: risultati dall'Asia centrale, con Rt. Rev. Borys Gudziak, vescovo eparchiale ucraino in Francia, Benelux e Svizzera
Moderatore: Kent Hill, World Vision
Relatori: Kathleen Collins, #Università del Minnesota
Karrie Koesel, #Università di Notre Dame
Fenggang Yang, Purdue #University
#Demografia cristiana

I cristiani rappresentano circa il 20% della popolazione del #Kirghizistan di 5,7 milioni, anche se vale la pena notare che la maggior parte di questi sono ortodossi russi che limitano l'osservanza religiosa a poche domeniche all'anno. Sono presenti anche piccoli gruppi di cattolici, luterani e quelli che vengono definiti "non tradizionali" o "nuovi cristiani" - avventisti del settimo giorno, battisti coreani, pentecostali, testimoni di Geova e mormoni, tra gli altri - e stime prudenti suggeriscono che questi cristiani non ortodossi comprendano ovunque dall'1 al 5% della popolazione. I convertiti da musulmani tradizionali, tuttavia, sono più difficili da stimare, e includerli probabilmente metterebbe il numero di nuovi cristiani molto più alto. La maggior parte della popolazione rimanente è musulmana.
Storia della comunità cristiana

Il cristianesimo si diffuse in Asia centrale nello stesso periodo in cui l'Islam, quando i seguaci della Chiesa cristiana assira e Nestoriani arrivarono come missionari nel settimo e ottavo secolo. L'ortodossia russa arrivò nel diciottesimo e diciannovesimo secolo con la crescita dell'impero russo. Anche cattolici e luterani in fuga dallo zar russo si sono trasferiti lì, insieme ai cattolici deportati dalla Polonia e dall'Ucraina durante la seconda guerra mondiale.

I cristiani in Asia centrale hanno vissuto la repressione religiosa per gran parte del secolo scorso. Per circa 70 anni, le cinque repubbliche dell'Asia centrale - #Uzbekistan, #Turkmenistan, #Tagikistan, #Kazakistan e #Kirghizistan - furono forzatamente incorporate nell'Unione Sovietica, dove affrontarono i tentativi in ​​corso del Partito Comunista di sradicare la religione. Queste politiche includevano la confisca delle proprietà ecclesiastiche, il controllo statale sull'educazione, l'esecuzione di chierici e la discriminazione contro i credenti al lavoro, a scuola e nel partito. La repressione si attenuò un po 'negli anni '70, ma fu solo con il crollo sovietico del 1991 che i cristiani sperimentarono una vera tregua nella persecuzione.
Situazione attuale della comunità cristiana
Il #Kirghizistan è la più liberale tra le cinque repubbliche dell'Asia centrale, con un maggiore pluralismo e una più moderata applicazione delle restrizioni religiose, ma la repressione generale della religione è aumentata dai primi anni '90. I leader del #Kirghizistan considerano qualsiasi attività al di fuori del controllo statale una sfida alla loro legittimità e autorità, e una mentalità ateista persiste ancora nel governo, anche se non è più una politica ufficiale. La maggior parte percepisce tutte le forme di cristianesimo, a parte l'ortodossia russa, da collegare agli obiettivi occidentali di potere politico destabilizzante e quindi sospetto. Anche se non viene regolarmente applicata, una legge repressiva del 2009 rimane nei libri che proibisce la partecipazione di minori nelle organizzazioni religiose, vieta la distribuzione di letteratura religiosa e proibisce rigorosamente il proselitismo. In generale, la repressione della religione comporta uno strangolamento burocratico, come gli ostacoli alla registrazione della chiesa, piuttosto che la persecuzione diretta.
Risposte alla persecuzione
Gruppi cristiani in #Kirghizistan hanno risposto alla persecuzione in vari modi, sebbene nessuno dei loro sforzi abbia fermato con successo la crescente repressione del regime. All'inizio degli anni '90, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, il #Kirghizistan - insieme agli altri paesi dell'Asia centrale - ha goduto di una rinascita religiosa. Centinaia di organizzazioni di missioni sono arrivate per rianimare la fede, portando con sé un flusso costante di letteratura religiosa. Da quel momento, tuttavia, l'evangelizzazione è stata in gran parte forzata sottoterra.
La sopravvivenza è il primo obiettivo per la maggior parte dei cristiani nel regno post-sovietico, e alcune chiese vedono la chiave per sopravvivere nella legalità. Quindi, molti cristiani hanno circoscritto la loro tipica attività per conformarsi allo stato, evitando la politica e apparendo per accettare un ruolo privato. Altre chiese tentano di impegnarsi in comunità, sebbene tali attività siano generalmente viste con sospetto. La Chiesa cattolica sponsorizza un campo estivo per giovani a Lake Issyk-kul, dove i volontari ecclesiastici (spesso occidentali) si prendono cura di circa 700 giovani prevalentemente musulmani ogni estate, compresi molti bambini disabili mentalmente e fisicamente, che ha conquistato la fiducia di alcuni locali autorità. Stanno attenti a evitare qualsiasi apparizione esteriore di evangelizzazione, tuttavia, e rimangono nervosi riguardo al loro status legale.
Altre chiese hanno anche tentato di costruire relazioni con funzionari del governo locale attraverso la sensibilizzazione della comunità. Fino a pochi anni fa, norme più liberali hanno permesso ai gruppi missionari di entrare in #Kirghizistan come ONG che perseguono lavori di sviluppo come
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
in my name UNIUS REI, amen alleluia
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#Kyrgyzstan Scholarly Analysis: Christian Response to #Persecution in #Kyrgyzstan

#Uzbekistan, #Kazakhstan, #Kyrgyzstan, #Tajikistan, and #Turkmenistan

Panel: Findings from Central Asia, with Rt. Rev. Borys Gudziak, Ukrainian Eparchial Bishop in France, Benelux, and Switzerland
Moderator: Kent Hill, World Vision
Speakers: Kathleen Collins, #University of Minnesota
Karrie Koesel, #University of Notre Dame
Fenggang Yang, Purdue #University
Christian Demographics

Christians number about 20 percent of the #Kyrgyzstan population of 5.7 million, although it is worth noting that the majority of these are #Russian Orthodox who confine religious observance to a few Sundays a year. Small groups of Catholics, Lutherans, and what are referred to as “non-traditional” or “new Christians”—Seventh Day Adventists, Korean Baptists, Pentecostals, Jehovah’s Witnesses, and Mormons, among others—are also present, and conservative estimates suggest that these non-Orthodox Christians comprise anywhere from 1 to 5 percent of the population. Converts from traditional Muslims, however, are harder to estimate, and including them would likely put the number of new Christians much higher. Most of the remaining population is Muslim.
History of the Christian Community

Christianity spread to Central Asia about the same time as Islam, when followers of the As#Syrian Christian Church and Nestorians arrived as missionaries in the seventh and eighth centuries. #Russian Orthodoxy arrived in the eighteenth and nineteenth centuries with the growth of the #Russian Empire. Catholics and Lutherans fleeing the #Russian tsar resettled there as well, along with Catholics deported from Poland and Ukraine during World War II.

Christians in Central Asia have experienced religious repression for most of the past century. For about 70 years, the five republics of Central Asia—#Uzbekistan, #Turkmenistan, #Tajikistan, #Kazakhstan, and #Kyrgyzstan—were forcibly incorporated into the Soviet Union, where they faced ongoing Communist Party attempts to eradicate religion. These policies included confiscation of church property, state control of education, the execution of clerics, and discrimination against believers at work, school, and in the party. Repression eased somewhat in the 1970s, but it was not until the Soviet collapse in 1991 that Christians experienced a real reprieve in the #Persecution.
Current Situation of the Christian Community
#Kyrgyzstan is the most liberal of the five republics of Central Asia, with greater pluralism and more lenient enforcement of religious restrictions, but general repression of religion has increased since the early 1990s. The leaders of #Kyrgyzstan consider any activity outside of state control to be a challenge to their legitimacy and authority, and an atheist mentality still persists in the government, even though it is no longer an official policy. Most perceive all forms of Christianity apart from #Russian Orthodoxy to be linked to Western goals of destabilizing political power and therefore suspect. Though it is not regularly enforced, a repressive 2009 law remains on the books that prohibits the participation of minors in religious organizations, bans the distribution of religious literature, and strictly outlaws proselytism. Generally, the repression of religion entails bureaucratic strangulation, such as obstacles to church registration, rather than direct #Persecution.
Responses to #Persecution
Christian groups in #Kyrgyzstan have responded to #Persecution in a variety of ways, although none of their efforts have successfully stopped the regime’s increasing repression. In the early 1990s, after the dissolution of the Soviet Union, Kyrgystan—along with the other countries of Central Asia—enjoyed a religious revival. Hundreds of missions organizations arrived to revive the faith, bringing with them a steady stream of religious literature. Since this time, however, evangelism has largely been forced underground.
Survival is the first goal for most Christians in the post-Soviet realm, and some churches see the key to survival in legality. Hence, many Christians have circumscribed their typical activity to comply with the state, avoiding politics and appearing to accept a private role. Other churches attempt community engagement, although such activities are generally view suspiciously. The Catholic Church sponsors a summer youth camp at Lake Issyk-kul, where church volunteers (often from the West) care for about 700 predominately Muslim youth every summer, including many mentally and physically disabled children, which has won them the trust of some local authorities. They are careful to avoid any outward appearance of evangelization, however, and remain nervous about their legal status.
Other churches have also attempted to build relationships with local government officials through community outreach. Until the past few years, more liberal regulations allowed missionary groups to enter #Kyrgyzstan as NGOs pursuing development work such as economic assistance, humanitarian aid, and medical care. Evangelical Protestants in particular used this strategy to gain trust, build relationships with local communities, and at the same time spread Christianity. Since the mid-2000s, however, government media has increasingly portrayed such organization as Western agents pushing an anti-Muslim agenda that threatens local sovereignty. A new “foreign agent law,” modelled on #Russia’s, is now under consideration in #Kyrgyzstan, which may threaten the existence of these NGOs.

Christians in #Kyrgyzstan have also engaged in limited strategies of association, usually sponsored by Western actors. In 2013 and 2014, the US Institute for Global Engagement organized several religious conferences in both #Kyrgyzstan and #Kazakhstan to foster religious dialogue and contact, and bring religion into civil society. Additionally, the Interfaith Council in #Kyrgyzstan, a forum for dialogue begun with the collaboration of a European religious organization and a local Methodist church, includes representatives of all faiths, including the #Russian Orthodox and Muslims.

Despite the repression they face, most churches in #Kyrgyzstan are reluctant to turn to international actors for help. In part this is due to fear of retaliation—even though the consequences of such action are considerably less risky than other parts of Central Asia—but it also hindered by a cultural rift between religious communities and civil society groups, which are general very secular. However, at least some local Christian churches have accepted assistance from international actors, and this has generally helped ameliorate their situation, though such instances remain rare.
The #Russian Orthodox Church is an exception to the oppression faced by other Christian groups in #Kyrgyzstan. Viewing Central Asia as the “canonical territory” of the Orthodox Church, it seeks to further monopolize Christianity in the region and drive out competitors. To achieve these goals, the Orthodox Church has established good relations with the regime in power and with the Muslim Spiritual Board, the state body that organizes and controls an Islamic hierarchy in the country. In large part, their strategies have been successful. The government appears to believe that fostering the spread of Orthodox churches is a means of countering Protestants’ growth, which they associate with pro-Western democratic movements. The result of this has been the return and restoration of many pre-Soviet-era Orthodox buildings, as well as anti-Catholic and anti-Protestant rhetoric in the media.
Many Christians in #Kyrgyzstan have also chosen emigration, although motives for these moves are multi-causal. The vast majority of #Russian émigrés, although they are nominally Orthodox Christian, have left for reasons other than religious oppression. Rising nationalism and changing language laws in the late 1980s triggered a wave of out-migration of ethnic Europeans (the majority of Christians) even before the Soviet collapse. Since 1989, the number of ethnic Christians in #Kyrgyzstan has dropped from 26 percent of the population to 20 percent.
This country profile draws on research by Dr. Kathleen Collins and on the report In Response to #Persecution by the Under Caesar's Sword project.
http://ucs.nd.edu/learn/#Kyrgyzstan/
#Kyrgyzstan is the most liberal of the five republics of Central Asia, with greater pluralism and more lenient enforcement of religious restrictions, but general repression of religion has increased since the early 1990s. The leaders of #Kyrgyzstan consider any activity outside of state control to be a challenge to their legitimacy and authority, and most perceive all forms of Christianity apart from #Russian Orthodoxy to be linked to Western goals of destabilizing political power and therefore suspect. Generally, the repression of religion entails bureaucratic strangulation, such as obstacles to church registration, rather than direct #Persecution.
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#Demografia cristiana in #Kenya http://ucs.nd.edu/learn/#Kenya/
Il #Kenya ha una popolazione di circa 46 milioni di persone. Secondo il censimento del 2009, l'82,5% della popolazione è cristiana. I protestanti comprendono il maggior numero di cristiani al 47,4% della popolazione, mentre i cattolici costituiscono il 23,3% della popolazione. L'11,8% della popolazione è membro di altre confessioni cristiane. I musulmani costituiscono il prossimo gruppo religioso più alto all'11% della popolazione.
Storia della comunità cristiana del #Kenya

Il cristianesimo venne per la prima volta in #Kenya nel XV secolo attraverso i portoghesi, che avevano interessi economici nell'area. Questo contatto è durato fino all'inizio del XVIII secolo, quando i portoghesi furono estromessi da Mombasa. Una presenza cristiana riapparve nel 1846 quando un rappresentante della Christian Missionary Society (CMS), finanziata dall'Inghilterra, arrivò in #Kenya. I missionari della CMS hanno operato con scarso successo. Non è stato fino al diciannovesimo e ventesimo secolo che le missioni si sono diffuse in tutto il #Kenya, con missionari di CMS, presbiteriani, battisti e cattolici, tra gli altri che cercavano di stabilirsi durante il periodo coloniale. Oltre a una comunità missionaria forte e vibrante, molti keniani hanno iniziato a stabilire chiese indipendenti. Dopo che il #Kenya ottenne l'indipendenza dagli inglesi nel 1963, rimase un paese cristiano, nella misura in cui i cristiani erano numericamente dominanti e detenevano le più alte cariche governative. Inoltre, le chiese hanno fornito servizi sanitari e di istruzione in cui il governo non lo ha fatto direttamente.
Situazione attuale della comunità cristiana
Oggi i cristiani rimangono numericamente dominanti in #Kenya e continuano a dominare l'istruzione e le istituzioni politiche. Tuttavia, c'è una crescente tensione con la comunità musulmana. Le tensioni sono aumentate dopo che al-Shabbaab ha attaccato un centro commerciale a Nairobi e più recentemente ha attaccato l'#Università di Garissa, presumibilmente alla ricerca di cristiani e sparandoli sul posto. Ci sono state segnalazioni di discriminazione contro i cristiani nelle aree storicamente musulmane del paese e persino un rapporto di un pastore trovato assassinato nella sua chiesa di Mombasa. Così, mentre i cristiani hanno a lungo goduto della libertà e persino dei privilegi in #Kenya, sono sempre più sotto attacco da parte di estremisti musulmani e le tensioni tra musulmani e cristiani continuano a crescere.
Un riassunto delle risposte cristiane alla persecuzione in #Kenya

I cristiani in #Kenya hanno risposto in modi diversi alla persecuzione religiosa che hanno vissuto per mano di al-Shabaab. La maggior parte dei cristiani del #Kenya nord-orientale e costiero è stata sulla difensiva, in fuga dalle aree sotto attacco e con strategie di sopravvivenza. Alcuni hanno affrontato l'insicurezza tentando di "passare" come musulmani, prendendo nomi musulmani e indossando abiti musulmani. Tra il 2010 e il 2014 gli attacchi di al-Shabaab sulla costa settentrionale e nel nord-est del #Kenya sono diventati frequenti, mortali e imprevedibili tanto che molti cristiani hanno risposto lasciando l'area.
I cristiani hanno anche risposto difendendosi dagli attacchi, anche se ci sono stati disaccordi sul modo migliore per farlo. Molti cristiani si preparano per gli attacchi addestrando gli uscieri a sorvegliare i segnali di pericolo o stazionare la polizia fuori dai loro edifici e in generale essere più vigili e cauti. Altri si armano. Le difese favorite dagli individui variano, e ci sono prove che le teologie contano su come i cristiani possono rispondere e interpretare la persecuzione. Questo è vero dentro ma specialmente attraverso le denominazioni. Mentre molti cristiani hanno detto che preferiscono il dialogo e rifiutano l'uso della violenza, alcuni ritengono che le iniziative di pace non siano sufficienti. Molti, tuttavia, concordano sul fatto che il governo keniota abbia fatto troppo affidamento sulla forza, rafforzando la narrazione di al-Shabaab dell'oppressione del governo anti-musulmano, e i loro sforzi sono stati quindi controproducenti.

I leader cristiani hanno anche impegnato governi locali e nazionali, con risultati limitati. Hanno notato che alcuni funzionari sembrano incolpare i cristiani per la violenza perpetrata su di loro, avvertendoli di non avere preghiere durante la notte e di interrompere tutti gli eventi all'aperto. Di conseguenza, molti leader considerano l'unità dei cristiani e un maggior dialogo interreligioso come la risposta che promette la maggiore sicurezza a breve termine e la libertà religiosa in futuro. I cristiani nel nord-est e nelle zone costiere si sono riuniti attraverso denominazioni, ma molto lentamente e in modo esitante. (Molti leader cristiani del nord-est e delle regioni costiere del #Kenya hanno detto che c'era una mancanza di solidarietà tra i cristiani dentro e fuori il #Kenya, che attribuiscono a una mancanza di consapevolezza.) I leader hanno cercato di riunire cristiani e musulmani come un modo per costruire "resilienza" in comunità vulnerabili agli attacchi di al-Shabaab. Ciò include la partecipazione a forum interconfessionali e altre iniziative comunitarie congiunte con l'obiettivo di ridurre il pubblico target di gruppi estremisti educando
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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#Kenya Christian Demographics http://ucs.nd.edu/learn/#Kenya/
#Kenya has a population of approximately 46 million people. According to the 2009 census, 82.5 percent of the population is Christian. Protestants comprise the largest numbers of Christians at 47.4 percent of the population, while Catholics constitute 23.3 percent of the population. 11.8 percent of the population are members of other Christian denominations. Muslims make up the next highest religious group at 11 percent of the population.
History of the #Kenyan Christian Community

Christianity first came to #Kenya in the fifteenth century through the Portuguese, who had economic interests in the area. This contact lasted until the early eighteenth century, when the Portuguese were ousted from Mombassa. A Christian presence reappeared in 1846 when a representative of the British-funded Christian Missionary Society (CMS) arrived in #Kenya. CMS missionaries ministered with little success. It was not until the nineteenth and twentieth centuries that missions spread throughout #Kenya, with missionaries from CMS, Presbyterians, Baptists, and Catholics, among others seeking to establish themselves during the colonial period. In addition to a strong and vibrant mission community, many #Kenyans began to establish independent churches. After #Kenya gained its independence from the British in 1963, it remained a Christian country, insofar as Christians were numerically dominant and held the highest government positions. In addition, churches provided health and education services where the government did not do so directly.
Current Situation of the Christian Community
Today, Christians remain numerically dominant in #Kenya and continue to dominate education and political institutions. However, there is rising tension with the Muslim community. Tensions increased after al-Shabbaab attacked a mall in Nairobi and more recently attacked Garissa #University, allegedly seeking out Christians and shooting them on the spot. There have been reports of discrimination against Christians in historically Muslim areas of the country and even a report of a pastor found murdered in his Mombasa church. Thus, while Christians have long enjoyed freedom and even privilege in #Kenya, they are increasingly under attack by Muslim extremists and tensions between Muslims and Christians continue to rise.
A Summary of Christian Responses to #Persecution in #Kenya

Christians in #Kenya have responded in different ways to the religious #Persecution they have experienced at the hands of al-Shabaab. Most Christians in coastal and northeastern #Kenya have been on the defensive, fleeing areas under attack and employing strategies of survival. Some have coped with the insecurity by attempting to “pass” as Muslims, taking Muslim names and wearing Muslim clothing. Between 2010 and 2014, al-Shabaab attacks on the northern coast and in the northeast of #Kenya became frequent, deadly, and unpredictable enough that many Christians responded by leaving the area.
Christians have also responded by defending themselves against attackers, although there have been disagreements on how best to do this. Many Christians prepare themselves for attacks by training ushers to be on watch for warning signs or stationing police outside their buildings and generally being more alert and cautious. Others arms themselves. The defenses favored by individuals varies, and there is evidence that theologies matter in how Christians may respond to and interpret #Persecution. This is true within but especially across denominations. While most Christians said they prefer dialogue and reject the use of violence, some feel that peace initiatives are not enough. Many, however, agree that the #Kenyan government has relied too much on force, reinforcing al-Shabaab’s narrative of anti-Muslim government oppression, and their efforts have therefore been counterproductive.

Christian leaders have also engaged both local and national governments, with limited results. They noted that some officials seemed to blame Christians for the violence perpetrated on them, warning them not to have prayers at night and to stop all open-air events. As a result, many leaders see Christian unity and greater inter-religious dialogue as the response that holds the most promise for greater security in the short term and for religious freedom in the future. Christians in the northeast and coastal areas have come together across denominations, but very slowly and haltingly. (Many Christian leaders from the northeast and coastal regions of #Kenya said that there was a lack of solidarity among Christians in and beyond #Kenya, which they attribute to a lack of awareness.) Leaders have sought to bring Christians and Muslims together as a way to build “resiliency” in communities vulnerable to al-Shabaab attacks. This includes participating in interfaith forums and other joint community initiatives with an aim toward reducing the target audience of extremist groups by educating them on religious tolerance, especially at an early age. Some of these efforts appear to be bearing fruit; leaders note that much of the #Persecution comes from individuals and groups outside the community rather than within it.

Finally, some think that any longer-term solution to the anti-Christian violence along the coast and in the northeast must involve efforts to increase economic opportunities for young people, whether Christians or Muslims, and to foster greater inter-religious dialogue and cooperation. They noted that al-Shabaab has even recruited from among Christian youth in some cities along the coast. According to these leaders, some young people have become Muslims and then engaged in attacks on Christians. To reach vulnerable youth, many Christian leaders said the church needs to use social media more effectively in order to counter the narrative of al-Shabaab.
This country profile draws on research by Dr. Robert Dowd and on the report In Response to #Persecution by the Under Caesar's Sword project.

Today, Christians remain numerically dominant in #Kenya and continue to dominate education and political institutions. However, there is rising tension with the Muslim community. Tensions increased after al-Shabbaab attacked a mall in Nairobi and more recently attacked Garissa #University, allegedly seeking out Christians and shooting them on the spot. There have been reports of discrimination against Christians in historically Muslim areas of the country and even a report of a pastor found murdered in his Mombasa church. Thus, while Christians have long enjoyed freedom and even privilege in #Kenya, they are increasingly under attack by Muslim extremists and tensions between Muslims and Christians continue to rise.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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http://ucs.nd.edu/learn/#Kazakhstan/ #Kazakistan
Analisi accademica: risposta cristiana alla persecuzione in Kazakhastan
#Uzbekistan, #Kazakistan, #Kirghizistan, #Tagikistan e #Turkmenistan

Panel: risultati dall'Asia centrale, con Rt. Rev. Borys Gudziak, vescovo eparchiale ucraino in Francia, Benelux e Svizzera
Moderatore: Kent Hill, World Vision
Relatori: Kathleen Collins, #Università del Minnesota
Karrie Koesel, #Università di Notre Dame
Fenggang Yang, Purdue #University
#Demografia cristiana

I cristiani in #Kazakistan rappresentano circa il 26% della popolazione di 18,4 milioni, la più alta concentrazione in Asia centrale. L'ortodossia russa è la tradizione cristiana dominante, ma piccoli gruppi di cattolici, luterani e quelli che vengono definiti "non tradizionali" o "nuovi cristiani" - Avventisti del settimo giorno, battisti coreani, pentecostali, testimoni di Geova e mormoni, tra gli altri -è anche presente. La maggior parte della popolazione rimanente è musulmana.
Storia della comunità cristiana in #Kazakistan

Il cristianesimo si diffuse in Asia centrale nello stesso periodo in cui l'Islam, quando i seguaci della Chiesa cristiana assira e Nestoriani arrivarono come missionari nel settimo e ottavo secolo. L'ortodossia russa arrivò nel diciottesimo e diciannovesimo secolo con la crescita dell'impero russo. Anche cattolici e luterani in fuga dallo zar russo si sono trasferiti lì, insieme ai cattolici deportati dalla Polonia e dall'Ucraina durante la seconda guerra mondiale.

I cristiani in Asia centrale hanno vissuto la repressione religiosa per gran parte del secolo scorso. Per circa 70 anni, le cinque repubbliche dell'Asia centrale - #Uzbekistan, #Turkmenistan, #Tagikistan, #Kazakistan e #Kirghizistan - furono forzatamente incorporate nell'Unione Sovietica, dove affrontarono i tentativi in ​​corso del Partito Comunista di sradicare la religione. Queste politiche includevano la confisca delle proprietà ecclesiastiche, il controllo statale sull'educazione, l'esecuzione di chierici e la discriminazione contro i credenti al lavoro, a scuola e nel partito. La repressione si attenuò un po 'negli anni '70, ma fu solo con il crollo sovietico del 1991 che i cristiani sperimentarono una vera tregua nella persecuzione.
Situazione attuale della comunità cristiana

Il #Kazakistan è tra le più liberali delle cinque repubbliche dell'Asia centrale, ma il sentimento anti-religioso è ancora molto forte e la repressione generale della religione è aumentata dai primi anni '90. I leader del #Kazakistan considerano qualsiasi attività al di fuori del controllo statale una sfida alla loro legittimità e autorità, e una mentalità ateista persiste ancora nel governo, anche se non è più una politica ufficiale. Inoltre, la maggior parte percepisce tutte le forme di cristianesimo, a parte l'ortodossia russa, da collegare agli obiettivi occidentali di potere politico destabilizzante e quindi sospetto. Nonostante il "dialogo delle religioni" elaborato dal presidente del #Kazakistan Nursultan Nazarbayev, il suo governo sostiene organizzazioni "anti-settarie" (cioè anti-protestanti) e ha rafforzato l'Islam di stato in un'alleanza informale contro i cristiani missionari. La maggior parte della repressione della religione comporta uno strangolamento burocratico, come ostacoli alla registrazione della chiesa, piuttosto che una persecuzione diretta. Il #Kazakistan fa parte della lista Tier 2 della Commissione internazionale degli Stati Uniti per la libertà religiosa.
Christian Responses to #Persecution

Gruppi cristiani in #Kazakistan hanno risposto alla persecuzione in vari modi, sebbene nessuno dei loro sforzi abbia fermato con successo la crescente repressione del regime. Nei primi anni '90, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, il #Kazakistan, insieme agli altri paesi dell'Asia centrale, ha goduto di una rinascita religiosa. Centinaia di organizzazioni missionarie sono arrivate per rianimare la fede, portando con sé un flusso costante di letteratura religiosa. Da quel momento, tuttavia, l'evangelizzazione è stata in gran parte forzata sottoterra.

La sopravvivenza è il primo obiettivo per la maggior parte dei cristiani nel regno post-sovietico, e alcune chiese vedono la chiave per sopravvivere nella legalità. Quindi, molti cristiani hanno circoscritto la loro tipica attività per conformarsi allo stato, evitando la politica e apparendo per accettare un ruolo privato. La Chiesa cattolica, la Chiesa luterana e la Chiesa apostolica armena in Asia centrale, tutte le chiese più antiche che esistevano durante l'era sovietica, hanno mantenuto una posizione legale e politicamente silenziosa sin dall'indipendenza. Sebbene la Chiesa cattolica partecipi ad alcune attività di giustizia sociale, questa è stata accolta con crescente resistenza e la strategia generale è quella di limitare le attività religiose ai servizi domenicali, ai battesimi e alle celebrazioni delle festività.

In alcuni casi, le chiese hanno tentato di costruire relazioni con funzionari del governo locale attraverso la sensibilizzazione della comunità. Fino a pochi anni fa, normative più liberali hanno permesso ai gruppi missionari di entrare nel #Kazakistan come ONG che svolgono attività di sviluppo come l'assistenza economica, gli aiuti umanitari e le cure mediche. In particolare, i protestanti evangelici hanno usato questa strategia per acquisire fiducia,
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
http://ucs.nd.edu/learn/#Kazakhstan/ #Kazakhstan
Scholarly Analysis: Christian Response to #Persecution in Kazakhastan
#Uzbekistan, #Kazakhstan, #Kyrgyzstan, #Tajikistan, and #Turkmenistan

Panel: Findings from Central Asia, with Rt. Rev. Borys Gudziak, Ukrainian Eparchial Bishop in France, Benelux, and Switzerland
Moderator: Kent Hill, World Vision
Speakers: Kathleen Collins, #University of Minnesota
Karrie Koesel, #University of Notre Dame
Fenggang Yang, Purdue #University
Christian Demographics

Christians in #Kazakhstan number about 26 percent of the population of 18.4 million, the highest concentration in Central Asia. #Russian Orthodoxy is the dominant Christian tradition, but small groups of Catholics, Lutherans, and what are referred to as “non-traditional” or “new Christians”—Seventh Day Adventists, Korean Baptists, Pentecostals, Jehovah’s Witnesses, and Mormons, among others—are also present. Most of the remaining population is Muslim.
History of the Christian Community in #Kazakhstan

Christianity spread to Central Asia about the same time as Islam, when followers of the As#Syrian Christian Church and Nestorians arrived as missionaries in the seventh and eighth centuries. #Russian Orthodoxy arrived in the eighteenth and nineteenth centuries with the growth of the #Russian Empire. Catholics and Lutherans fleeing the #Russian tsar resettled there as well, along with Catholics deported from Poland and Ukraine during World War II.

Christians in Central Asia have experienced religious repression for most of the past century. For about 70 years, the five republics of Central Asia—#Uzbekistan, #Turkmenistan, #Tajikistan, #Kazakhstan, and #Kyrgyzstan—were forcibly incorporated into the Soviet Union, where they faced ongoing Communist Party attempts to eradicate religion. These policies included confiscation of church property, state control of education, the execution of clerics, and discrimination against believers at work, school, and in the party. Repression eased somewhat in the 1970s, but it was not until the Soviet collapse in 1991 that Christians experienced a real reprieve in the #Persecution.
Current Situation of the Christian Community

#Kazakhstan is among the more liberal of the five republics of Central Asia, but anti-religious sentiment is still very strong, and general repression of religion has increased since the early 1990s. The leaders of #Kazakhstan consider any activity outside of state control to be a challenge to their legitimacy and authority, and an atheist mentality still persists in the government, even though it is no longer an official policy. Additionally, most perceive all forms of Christianity apart from #Russian Orthodoxy to be linked to Western goals of destabilizing political power and therefore suspect. Despite the “dialogue of religions” elaborated by #Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev, his government supports “anti-sect” organizations (i.e. anti-Protestant) and has bolstered state Islam in an informal alliance against missionary Christians. Most repression of religion entails bureaucratic strangulation, such as obstacles to church registration, rather than direct #Persecution. #Kazakhstan is on the United States International Commission on Religious Freedom’s Tier 2 list.
Christian Responses to #Persecution

Christian groups in #Kazakhstan have responded to #Persecution in a variety of ways, although none of their efforts have successfully stopped the regime’s increasing repression. In the early 1990s, after the dissolution of the Soviet Union, #Kazakhstan—along with the other countries of Central Asia—enjoyed a religious revival. Hundreds of mission organizations arrived to revive the faith, bringing with them a steady stream of religious literature. Since this time, however, evangelism has largely been forced underground.

Survival is the first goal for most Christians in the post-Soviet realm, and some churches see the key to survival in legality. Hence, many Christians have circumscribed their typical activity to comply with the state, avoiding politics and appearing to accept a private role. The Catholic Church, the Lutheran Church, and the Armenian Apostolic Church in Central Asia, all older churches that existed during the Soviet era, have maintained a legal and politically quietist position since independence. Though the Catholic Church participates in some social justice work, this has been met with increasing resistance, and the general strategy is to confine religious activities to Sunday services, baptisms, and holiday celebrations.

In some instances, churches have attempted to build relationships with local government officials through community outreach. Until the past few years, more liberal regulations allowed missionary groups to enter #Kazakhstan as NGOs pursuing development work such as economic assistance, humanitarian aid, and medical care. Evangelical Protestants in particular used this strategy to gain trust, build relationships with local communities, and at the same time spread Christianity. Since the mid-2000s, however, government media has increasingly portrayed such organizations as Western agents pushing an anti-Muslim agenda.

Despite the repression they face, most churches in #Kazakhstan are reluctant to turn to international actors for help. In part this is due to fear of government retaliation and a cultural mistrust of strangers, but it also hindered by a cultural rift between religious communities and civil society groups, which are generally very secular. However, at least some local Christian churches have accepted assistance from international actors, and this has generally helped ameliorate their situation, though such instances remain rare.

Christians in #Kazakhstan have also engaged in inter-faith dialogue, usually sponsored by Western actors. In 2013 and 2014, the US Institute for Global Engagement organized several religious conferences in #Kazakhstan to foster religious dialogue and contact, and bring religion into civil society. Representatives of registered Christian organizations from across the region participated. Additionally, a Protestant inter-denominational organization has been actively engaged in dialogue with international actors.

The #Russian Orthodox Church is an exception to the oppression faced by other Christian groups in #Kazakhstan. Viewing Central Asia as the “canonical territory” of the Orthodox Church, it seeks to further monopolize Christianity in the region and drive out competitors. To achieve these goals, the Orthodox Church has established good relations with the regime in power and with the Muslim Spiritual Board, the state body that organizes and controls an Islamic hierarchy in the country. In large part, their strategies have been successful. The government appears to believe that fostering the spread of Orthodox churches is a means of countering Protestants’ growth, which they associate with pro-Western democratic movements. The result of this has been the return and restoration of many pre-Soviet-era Orthodox buildings, as well as anti-Catholic and anti-Protestant rhetoric in the media.
http://ucs.nd.edu/learn/#Kazakhstan/
Many Christians in #Kazakhstan have also chosen emigration, although motives for these moves are multi-causal. The vast majority of #Russian émigrés, although they are nominally Orthodox Christian, have left for reasons other than religious oppression. Rising nationalism and changing language laws in the late 1980s triggered a wave of out-migration of ethnic Europeans (the majority of Christians) even before the Soviet collapse. Since 1989, the number of ethnic Christians in #Kazakhstan has dropped from 46 percent of the population to 26.2 percent.
This country profile draws on research by Dr. Kathleen Collins and on the report In Response to #Persecution by the Under Caesar's Sword project.
#Kazakhstan is among the more liberal of the five republics of Central Asia, but anti-religious sentiment is still very strong, and general repression of religion has increased since the early 1990s. The leaders of #Kazakhstan consider any activity outside of state control to be a challenge to their legitimacy and authority, and an atheist mentality still persists in the government, even though it is no longer an official policy. Most perceive all forms of Christianity apart from #Russian Orthodoxy to be linked to Western goals of destabilizing political power and therefore suspect.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

 in my name UNIUS REI, amen alleluia
 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
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http://ucs.nd.edu/learn/#Iraq/
Analisi accademica: risposte cristiane alla persecuzione in #Iraq
#Iraq, Siria, #Iran, Arabia #SAUDIta, Turchia, Cipro occupata dai turchi, #Egitto, #Libia, #Gaza

Panel: risultati dal Medio Oriente e dal Nord Africa
Moderatore: Christian Sahner, #Università di Cambridge
Relatori: Joshua Landis, #Università dell'Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #Università del Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
#Demografia cristiana

Circa 500.000 cristiani rimangono in #Iraq, anche se il numero reale è difficile da stimare a causa dei recenti attacchi ISIS e della continua fuga di cristiani. Nel 2013, circa due terzi dei cristiani erano caldei, circa un quinto erano assiri (Chiesa dell'est), e il resto erano siriaci (ortodossi orientali), armeni (cattolici e ortodossi orientali), anglicani e altri protestanti . I cristiani evangelici possono essere circa 5.000. Prima che ISIS prendesse il controllo di una vasta area del nord dell'#Iraq, molti cristiani vivevano nella città di Mosul.
Storia della comunità cristiana irachena

Secondo la tradizione, il cristianesimo nell'odierna #Iraq risale al primo secolo d.C. Entro la prima metà del quarto secolo, il cristianesimo era ampiamente diffuso in #Iraq. Vi fu una rapida crescita del cristianesimo dal quinto al settimo secolo. All'epoca della conquista araba, vi era una sostanziale minoranza cristiana nell'impero sasanide. All'inizio i cristiani erano in grado di coesistere e persino contribuire all'apprendimento arabo durante il califfato abbaside. Tuttavia, in quanto cristiani, erano soggetti alla jizyah (imposta speciale) e non potevano detenere determinate posizioni politiche e proselitismo, erano cittadini di seconda classe. Alcuni califfi applicavano le regole più rigorosamente di altre, sottoponendo la comunità cristiana alla persecuzione. Dal decimo al dodicesimo secolo, il cristianesimo iracheno ha registrato un netto declino. Nel dodicesimo secolo, il dominio arabo finì in #Iraq, quando i mongoli si trasferirono. I cristiani furono inizialmente risparmiati quando Baghdad fu saccheggiata nel 1258, ma le cose peggiorarono alla fine del secolo, quando i cristiani furono massacrati il quattordicesimo secolo. I cristiani sono sopravvissuti in piccole comunità, soprattutto nelle aree settentrionali dell'#Iraq. Nel diciassettesimo secolo, i numeri cristiani iniziarono nuovamente a crescere, sebbene i cristiani rimanessero ancora una minoranza. I cristiani erano largamente tollerati sotto il regime baathista di Saddam Hussein, ma erano spesso emarginati all'interno dell'#Iraq. La situazione per i cristiani iracheni è peggiorabilmente peggiorata e ha continuato a deteriorarsi dopo la rimozione di Saddam Hussein dal potere.
Situazione attuale della comunità cristiana irachena

Mentre la costituzione irachena del 2005 garantisce l'uguaglianza e la libertà religiosa, il governo ha fatto ben poco per proteggere le minoranze religiose. Ci sono 14 chiese ufficialmente riconosciute in #Iraq. Il Consiglio dei dirigenti della Chiesa cristiana irachena richiede la registrazione di gruppi cristiani, il che richiede che un gruppo abbia almeno 500 aderenti nel paese. Senza registrazione formale, i gruppi non possono qualificarsi per il finanziamento del governo o il riconoscimento ufficiale da parte del ministero per le finanze cristiane e delle minoranze del governo centrale. Sfortunatamente, la ricca e diversificata comunità cristiana irachena è in grave pericolo, dal momento che molti cristiani fuggono dal paese. Oggi, pochi cristiani iracheni rimangono nel paese a causa dell'aumentato settarismo, dei legami con l'Occidente e del controllo da parte dell'ISIS delle aree in cui una volta vivevano la maggior parte dei cristiani iracheni. Nel 2013, la comunità cristiana irachena era stata ridotta a circa 500.000, la metà di ciò che era nel 2003. L'ascesa dell'ISIS ha complicato le cose, dal momento che il gruppo ha cercato e brutalizzato i cristiani e altre minoranze che non sono fuggiti dall'#Iraq. In effetti, il governo iracheno è stato quasi impotente a fermare la campagna di terrore di ISIS.
Risposte cristiane alla persecuzione in #Iraq

La principale risposta alla persecuzione cristiana in #Iraq è stata la fuga, anche se prima dell'invasione statunitense del 2003, quando la violenza aumentò, i cristiani emigrarono dall'#Iraq, sia per ragioni economiche che per la crescente islamizzazione della società. Nel 2001, il 30% di tutti gli iracheni emigrati erano cristiani, sebbene rappresentassero una percentuale molto più bassa della popolazione. E all'indomani dell'invasione degli Stati Uniti, le pressioni a lasciare montate in modo esponenziale.

Negli ultimi anni, l'#Iraq ha vissuto il più pronunciato declino proporzionale del cristianesimo di qualsiasi paese del Medio Oriente. Una popolazione stimata di circa 1,5 milioni di cristiani poco prima dell'invasione statunitense nel 2003 è passata a circa 700.000 nel 2006 e oltre a meno di 400.000 nel 2016, sebbene queste cifre siano incerte e controverse. Quasi nessun cristiano è rimasto nel territorio dell'IS. La maggior parte è andata nel territorio curdo e sciita, da dove sperano di tornare a casa, mentre altri sono fuggiti in campi in Giordania, Libano e Turchia. Altri ancora sono andati oltreoceano.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

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Scholarly Analysis: Christian Responses to #Persecution in #Iraq

#Iraq, #Syria, #Iran, ##SAUDI #Arabia, #Turkey, #TURKISH-OCCUPIED #CYPRUS, ##Egypt, #Libya, #Gaza

Panel: Findings from the Middle East & North Africa
Moderator: Christian Sahner, #University of Cambridge
Speakers: Joshua Landis, #University of Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #University of Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
Christian Demographics

Approximately 500,000 Christians remain in #Iraq, although the true number is difficult to estimate due to recent ISIS attacks and the ongoing flight of Christians. In 2013, approximately two-thirds of the Christians were Chaldeans, about one-fifth were As#Syrians (Church of the East), and the remainder were #Syriacs (Eastern Orthodox), Armenians (Roman Catholic and Eastern Orthodox), Anglicans, and other Protestants. Evangelical Christians may number near 5,000. Before ISIS took control of a large swath of northern #Iraq, many Christians lived in the city of Mosul.
History of the #Iraqi Christian Community

According to tradition, Christianity in modern-day #Iraq dates to the first century AD. By the first half of the fourth century, Christianity was widely established in #Iraq. There was rapid growth of Christianity from the fifth to the seventh century. By the time of the Arab conquest, there was a substantial Christian minority in the Sassanid Empire. At first Christians were able to co-exist and even contribute to Arab learning during the Abbasid Caliphate. However, as Christians, they were subject to the jizyah (special tax) and were forbidden from holding certain political positions and proselytizing, they were second-class citizens. Some Caliphs applied rules more strictly than others, subjecting the Christian community to #Persecution. From the tenth to the twelfth century, #Iraqi Christianity experienced a marked decline. In the twelfth century, Arab rule came to an end in #Iraq, as the Mongols moved in. The Christians were initially spared when Baghdad was sacked in the year 1258, but things worsened by the end of the century, as Christians were massacred well into the fourteenth century. Christians survived in small communities, mostly in the northern areas of #Iraq. By the seventeenth century, Christian numbers again started to grow, though Christians still remained a minority. Christians were largely tolerated under Saddam Hussein’s Baathist regime, but they were often marginalized within #Iraq. The situation for #Iraqi Christians became measurably worse and has continued to deteriorate since the removal of Saddam Hussein from power.
Current Situation of the #Iraqi Christian Community

While the 2005 #Iraqi constitution guarantees equality and religious freedom, the government has done little to protect religious minorities. There are 14 officially recognized churches in #Iraq. The Council of #Iraqi Christian Church Leaders requires Christian groups to register, which requires that a group have a minimum of 500 adherents in the country. Without formal registration, the groups cannot qualify for government funding or official recognition from the central government’s Christian and Minorities Endowment Office. Unfortunately, #Iraq’s rich and diverse Christian community is in grave danger, as more Christians flee the country. Today, few #Iraqi Christians remain in the country as a result of increasing sectarianism, perceived ties to the West, and control by ISIS of areas where most #Iraqi Christians had once lived. By 2013, the #Iraqi Christian community had been reduced to about 500,000, half of what it was in 2003. The rise of ISIS has complicated matters, as the group has sought out and brutalized Christians and other minorities who have not fled #Iraq. Indeed, the #Iraqi government has been almost powerless to stop ISIS’s terror campaign.
Christian Responses to #Persecution in #Iraq

The main response to Christian #Persecution in #Iraq has been flight, although even before the US invasion in 2003 when violence escalated, Christians were emigrating from #Iraq, both for economic reasons and due to the increasing Islamization of society. By 2001, 30 percent of all #Iraqis emigrating were Christian, though they represented a much smaller percentage of the population. And in the aftermath of the US invasion, pressures to leave mounted exponentially.

#Iraq has experienced the steepest proportionate decline of Christianity of any country in the Middle East in recent years. An estimated population of nearly 1.5 million Christians just prior to the US invasion in 2003 dwindled to about 700,000 in 2006, and further to less than 400,000 in 2016, though these figures are uncertain and disputed. Almost no Christian has remained in IS-held territory. Most have gone to Kurdish and Shiite territory, from where they hope to return home, while others have fled to camps in Jordan, #LEBANON, and #Turkey. Still others have gone overseas.

Other Christians have chosen to fight back against their oppressors by forming militia groups. Christians on the Nineveh Plain, for instance, were often unprotected by the government of #Iraq and the Peshmerga (Kurdish military force), so they formed the Nineveh Plain Protection Units (NPU) in 2014. Other Christian militias, such as the Dawronoye, have made common cause with the Kurds to fight back against ISIS, although long-standing tensions between As#Syrian Christians and the Kurds means that these disparate Christian militias do not always get along. Still, in the battle to regain Mosul and the surrounding area, Christian militias have played a role, fighting alongside #Iraqi special forces to reclaim their homeland.

Those who have remained in the country have had to scale back their activities greatly, though they continue to worship and pray. Some engage in political advocacy at the United Nations and among Western governments for a safe haven or autonomous region on the Nineveh Plains; others document human rights abuses; others perform social services, like assisting other refugees. Cooperation among Christian communities is robust.

This country profile draws on research by Dr. Joshua Landis and Dr. Kent R. Hill, and on the report In Response to #Persecution by the Under Caesar's Sword project.
#Iraq’s rich and diverse Christian community is in grave danger, as more Christians flee the country. Today, few #Iraqi Christians remain in the country as a result of increasing sectarianism, perceived ties to the West, and control by ISIS of areas where most #Iraqi Christians had once lived. By 2013, the #Iraqi Christian community had been reduced to about 500,000, half of what it was in 2003. The rise of ISIS has complicated matters, as the group has sought out and brutalized Christians and other minorities who have not fled #Iraq.
SHARIAH cannibals #Syria Allah Mecca 666 Kaaba

 in my name UNIUS REI, amen alleluia
 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
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 [ #JHWH #holy holy holy ] io sono Colui che sono e che sempre sarò ] [ #JHWH #holy holy holy ] I am who I am and I will always be [ #JHWH #holy holy holy ] i am [ #JHWH #holy holy holy ] oh my Israel
http://ucs.nd.edu/learn/#Iran/
Analisi accademica: risposte cristiane alla persecuzione in #Iran

#Iran, Arabia #SAUDIta, Turchia, Cipro occupata dai turchi, #Egitto, #Libia, #Gaza, #Iraq, Siria

Panel: risultati dal Medio Oriente e dal Nord Africa
Moderatore: Christian Sahner, #Università di Cambridge
Relatori: Joshua Landis, #Università dell'Oklahoma
Elizabeth Prodromou, Tufts #University
Mariz Tadros, #Università del Sussex
Christian Van Gorder, Baylor #University
#Demografia cristiana

L'#Iran è una raccolta eterogenea di culture e fedi con almeno 200.000 ma ben 370.000 cristiani in quattro principali gruppi confessionali: ortodossi orientali, ortodossi orientali, cattolici e protestanti (in gran parte evangelici e pentecostali).
Storia della comunità cristiana

I cristiani persiani hanno vissuto con integrità e dignità all'interno delle loro comunità per quasi due millenni, e di fatto precedono i musulmani persiani.
Situazione attuale della comunità cristiana

L'#Iran è stato classificato al primo posto in un recente Forum del Pew Research Center che studia severe restrizioni governative sulla religione. Per vivere da cristiani c'è di fronte a innumerevoli "micro-aggressioni" quotidiane. Forse solo il 10 percento dei cristiani #Iraniani - per lo più evangelici e pentecostali - subiscono gravi indignazioni, ma questi cristiani sperimentano un controllo costante da parte della "polizia religiosa" della nazione il Basij. I servizi della Chiesa vengono fatti irruzione e gli adoratori arrestati, con le persecuzioni più sistematiche dirette verso gli evangelici che insistono nell'evitare la registrazione e nel proselitismo dei musulmani. Alcuni cristiani non sono imprigionati ma hanno assegnato un numero specifico di ciglia (spesso 48 per le donne e 60 per gli uomini). A settembre 2015, almeno 90 cristiani restano in carcere per la loro fede, 75 dei quali sono detenuti dal 2014. I musulmani che diventano cristiani sono accusati del crimine di "fare la guerra contro Dio" (moharebeh). Un certo numero di ex musulmani ha perso il lavoro. Lo scenario peggiore per chi si converte al cristianesimo può essere la reclusione e, in alcuni casi, persino la pena di morte.
Risposte cristiane alla persecuzione in #Iran

I cristiani in #Iran si concentrano sulla sopravvivenza. Non sono sorpresi dalle persecuzioni e basano la loro risposta in un quadro teologico che considera la tribolazione come parte integrante della loro salute spirituale, ma, in generale, fanno ciò che possono per evitare di attirare l'attenzione su di sé. I cristiani fanno attenzione ad evitare di criticare il governo, invece di vivere il messaggio di "rendere a Cesare le cose che appartengono a Cesare". A causa del loro intrinseco sospetto culturale, devono provare oltre ogni dubbio che non sono agenti degli obiettivi politici occidentali. In quanto tali, evitano ogni dibattito politico che potrebbe sembrare evocare il secolarismo o opporsi a idee che il governo sostiene con enfasi. I cristiani sono anche estremamente cauti quando si incontrano, quando parlano al telefono, o quando inviano email o usano Skype. A volte persino negano pubblicamente la loro fede mentre la trattengono privatamente nei loro cuori. Allo stesso modo, i cristiani evitano il proselitismo di qualsiasi forma, specialmente ai musulmani.

I cristiani in questi #Iran impiegano anche strategie di linguaggio quando si tratta di persecuzione. Il linguaggio di Farsi è visto come intrinsecamente musulmano poiché è stato usato in una serie di classici scritti devozionali e poetici islamici. Pertanto, un modo in cui i cristiani evitano i conflitti è affidarsi a lingue diverse da Farsi nei loro servizi. Gli assiri e gli armeni si affidano alle loro lingue ancestrali, mentre gli evangelici conducono parti dei loro servizi in più lingue, a volte anche in inglese. Una chiesa di Teheran ha persino detto ai credenti che parlano in lingua Farsi di non essere più invitati a partecipare ai servizi di culto perché temevano rappresaglie del governo.

I cristiani in #Iran spesso rispondono alle persecuzioni fuggendo dal paese. I tassi allarmanti di emigrazione hanno portato alcuni a temere che il futuro stesso del cristianesimo in #Iran sia in pericolo. I musulmani che diventano cristiani sono quelli più a rischio di persecuzione, e di conseguenza gli ex musulmani sono più propensi a non vedere altra alternativa se non l'esilio. Alcuni musulmani che si convertono al cristianesimo sono in grado di "volare sotto il radar" e credere nella fede senza mai frequentare servizi pubblici o condividere la loro fede con la loro famiglia.

Il profilo di questo paese si basa sulla ricerca del Dr. Christian Van Gorder e sul rapporto In Response to #Persecution del progetto Under Caesar's Sword.
Ho corso

L'#Iran è stato classificato al primo posto in un recente Forum del Pew Research Center che studia severe restrizioni governative sulla religione. Per vivere da cristiani c'è di fronte a innumerevoli "micro-aggressioni" quotidiane. Forse solo il 10 percento dei cristiani #Iraniani - per lo più evangelici e pentecostali - subiscono gravi indignazioni, ma questi cristiani sperimentano un controllo costante da parte della "polizia religiosa" della nazione il Basij. I servizi della Chiesa vengono fatti irruzione e gli adoratori arrestati, con le persecuzioni più sistematiche dirette verso gli evangelici che insistono nell'evitare
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